Scacchierando

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 Scacchierando... di Stefano Bellincampi
 
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Mi consolo col piacere che i fans, spettatori e lettori provano quando vedono un grande maestro rischiare piuttosto che spinger legni.

Mikhail Tal

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Carlo Marzano (del 04/02/2010 @ 22:12:56, in I Reportages di Scacchierando, linkato 8105 volte)
 
Indovina indovinello…
In che paese si trova Sunny Beach?
Inghilterra? Irlanda? Forse Stati Uniti?
Nulla di tutto questo: Sunny Beach è collocata sulle coste della… Bulgaria!
Il nome dal sapore volutamente internazionale la dice lunga sul come sia concepito e sviluppato il posto: mega spiaggione sul Mar Nero condito da una sfilza di alberghi e ristoranti.
Questa è Sunny Beach, una delle principali mete turistiche della Bulgaria.
E allora, che aspettiamo? Telo da mare, costumi in valigia, e via a visitare the Black Sea! 8 - )
 
Un primo vago dubbio mi è sorto durante l’atterraggio a Varna (mentre il pilota tentava affannosamente di non ucciderci tutti al colpo): ero in effetti un tantinello spiazzato dal fatto che dai finestrini si vedesse tutto bianco.
Dopo i primi due gradini della scaletta ero già quasi congelato. Tutto ganzo, bermuda e magliettina, ho iniziato a rimuginare sulle prime mosse clamorosamente sbagliate di questo torneo: un solo maglione (che voleva essere persino precauzionale) e niente giacca in valigia… Uhmmmmm : - \
 
Raggiungo comunque Varna e appena messo piede in città, neanche dieci metri di cammino, guardate chi ti incontro:
 
Questo volto non è mi è nuovo…
 
Un altro mondo rispetto a noi.
Vabbe’, non ci possiamo sempre lagnare: prima piazziamo qualcuno al n. 1 del ranking mondiale, poi potremo semmai sperare che la sua faccia tappezzi le strade.
In ogni caso, il fortunoso “incontro” mi catapulta immediatamente nell’atmosfera del torneo. Prendo l’autobus già bello concentrato e dopo un’oretta eccomi finalmente a Sunny Beach.
 
Sunny Beach
 
Come avevo purtroppo intuito, l’evento predominante non è stato il torneo, bensì il tempo: praticamente un nubifragio fino al quinto turno (si sa che noi scacchisti abbiamo difficoltà ad usare altri riferimenti temporali). Poi un timidissimo sole.
E allora, perché la chiamate Sunny Beach? Tutta una trovata pubblicitaria depistante, evidentemente. Come anche il Mar Nero, che invece è azzurro, e ciò per me è stata una delusione completa (ma qui forse avevo capito male io).
Da oggi comunque non mi lamenterò più per le condizioni delle nostre strade quando piove. A Sunny Beach sembra di stare in una piscina, sia sulle strade che sui marciapiedi. Si allaga tutto!
 
“Sunnyyyyy, yeeeesterday my liiife was filled with raaaaaain”
 
Questa è una foto di repertorio che avevo pescato su web qualche giorno prima del torneo (durante la fase perlustrativo/decisionale): pensavo fosse un’eccezione, invece mi sono ritrovato esattamente in quelle condizioni.
Mi rendo conto che è una pecca per un reporter, ma perdonatemi: completamente zuppo e senza ombrello (qui non si usano e non ne vendono uno in tutta la città), non ero in vena di portarmi appresso la macchina fotografica sotto il diluvio.
Qui comunque si vede che sono abituati: a loro l’acqua fa un baffo! E io che non capivo perché tutti i ristoranti avessero questi rinforzi di plastica:
 
Per caso piove qui?
 
Del resto, quando si è ben attrezzati dal punto di vista tecnologico, si affrontano le intemperie senza timore:
 
La solida difesa “towel-wall”…
 
…“che fa acqua da tutte le parti…”
 
Comunque, approfittando di una breve pausa della pioggia, eccomi a visitare... altra acqua: il Mar Nero!
 
The Black Sea!
 
Veduta satellitare
 
La città vanta anche monumenti di interesse storico e culturale
 
Clima a parte, i principali frequentatori del posto sono soprattutto scandinavi e tedeschi, mentre nessuno ha il coraggio di avventurarsi sin qui dall’Italia.
E lo credo! Il viaggio è sproporzionato, vista la distanza. Al ritorno ho dovuto prendere due autobus e tre voli aerei! : - o
Questo fa sì che io sia stato l’unico italiano a partecipare al torneo sin dalla prima edizione nel 2005.
Dunque, nessun tricolore in giro: ero in pieno incognito. Chi avrebbe mai potuto scoprirmi?
Invece, il primo tassista che incontro, il quale incrociava due parole due di inglese (praticamente solo le cifre del pedaggio), al termine del servizio mi saluta con un secco: “Ciao!
Stupefacente. Rimango sempre colpito dall’incredibile facilità con la quale all’estero riescono ad individuare la nazionalità dei turisti pur se questi ultimi parlano tutti in inglese.
Solo qualche tempo dopo, ripresomi dallo chock, nella mia mente è gradualmente riaffiorato un pallido ricordo: in bulgaro arrivederci si dice “ciao”.
Aaaaah, me pareva! : - )
Comunque, sarebbe stato del tutto regolare. Di solito, se in Europa entri negli alberghi, e chiedi con perfetto accento anglosassone “Good morning, do you have a room for a week?”, ti senti generalmente rispondere, senza alcuna incertezza interpretativa, con frasi dal seguente tenore: “Buon giorno signore! Spiacenti, siamo al completo. Come è andato il viaggio? Fa caldo lì da voi a Roma? Dal suo accento non mi è chiaro: lei abita a Prati o al Fleming? Mi scusi sa, ma io sono nuovo qui”.
 
In ogni caso, italiani zero assoluto: proprio non sono abituati a vederci, e si sono accorti della nostra esistenza solo quando hanno beccato due scalippe a pallone (Italia-Bulgaria 2-0; settembre 2009; qualificazione per il mondiale di calcio 2010).
Pensate io stia esagerando? Allora guardate qui quanto siamo presi in considerazione:
 
Forza Italia!
 
Tra un po’ c’è persino San Marino…
 
Specie i giorni successivi all’evento calcistico, quando rispondevo che venivo dall’Italia, dal loro sguardo di replica trapelava un severo interrogativo: “Ma che mi stai a sfottere, bello? Fai poco lo spiritoso! Oh… mica sarà veramente italiano, questo qui? In effetti non sono riuscito ancora a sganciargli un soldo…”.
 
Già: sul posto venite “aggrediti” da tassisti; gente che vi propone il cambio di valuta; venditori ambulanti di frutta; gestori dei negozietti, e così via.
Tutti questi interlocutori, come prima regola, vi chiedono immediatamente da dove venite. Dunque il tizio per la strada vi pone questa domanda preliminare, palesemente ad uno dei seguenti fini (lascio a voi mettere la crocetta sulla risposta giusta):
  1. vuole verificare se per caso conosce il vostro paese di provenienza per scambiare con voi i suoi ricordi, non disdegnando l’eventualità di creare una sorta di amicizia o sodalizio culturale;
  2. opera quotidianamente per fornire il proprio contributo personale alle agenzie di rilevamento dati statistici, con l’obiettivo di organizzare meglio il turismo a seconda delle esigenze delle nazionalità interessate;
  3. appena gli rivelate la nazionalità, il potentissimo cip innestato nel suo cervello effettua un’immediata conversione di valuta, esamina i dati sul potere di acquisto della vostra moneta sul mercato e decide immediatamente qual è il tetto massimo possibile di potenziale “spillamento” a vostro danno.
Bene, ora mettete la crocetta e proseguite.
Non leggete sotto, ho detto; mettete la crocetta!
Ah già, che sciocco! E come fate: mica potete sporcare il video.
Bene, allora stampate tutto e mettete la crocetta.
Io aspetto.
 
Fatto? Bravi, vi meritate le soluzioni.
Se avete risposto -C- siete considerati abili alla trasferta e vincete un’iscrizione gratuita per il torneo  di Sunny Beach del 2010, a patto di recarvicivi…civisivisssssi… visiciccccccci da soli.
Se avete risposto -B- siete dei bravi ed onesti cittadini: questa redazione vi suggerisce viaggi nel Nord Europa. Va aggiunto che come scacchisti costantemente topperete nel prevedere l’apertura che vi giocherà l’avversario.
Se avete risposto -A- il consiglio è di rimanere in Italia per i vostri tornei. Ogni tanto però potrete incontrare gli stranieri tramite le lampo su internet (preferibilmente unrated).
 
“Mo’ me lo segno…”
 
A Varna i tassisti non solo bloccano ogni turista che abbia la sventura di transitare davanti a loro, ma vanno in perlustrazione alle fermate degli autobus, in due, per agganciare clienti. Del resto, tutto il mondo è paese. Non è che a Fiumicino i tassisti si comportino diversamente, quando chiedono cento euro ai giapponesi. L’unica differenza è che noi siamo in grado di saltare a pie’ pari la banale domanda “Where do you come from?”: l’italiano maturo è già ben preparato, ed è in grado di riconoscere automaticamente le varie nazionalità (in realtà, per noi da fuori è tutto facile, mentre al contrario vi è un apposito esame propedeutico per acquisire il patentino da tassista).
 
Fortunatamente, ci sono anche altri mezzi di trasporto.
Il tizio sotto era eccitatissimo già solo per il fatto che l’avevo immortalato. Mi ha letteralmente ringraziato. Chissà cosa avrebbe fatto se avesse saputo di finire su internet! : - )
 
Momenti di gloria
 
Scorcio tipico della città
 
Passeggiata serale
 
Curiosa particolarità del posto, è stracolmo di negozi di tatuaggi. Una fissa qui: ogni stradina c’è ne è minimo uno.
 
Proprio fissati
 
Veduta notturna
 
Il torneo si giocava all’interno di una struttura alberghiera, che consentiva diverse possibilità di sistemazione. 
 
L’hotel a tre stelle
 
…e quello a quattro, o meglio tre “superior”
 
C’era anche una bella piscina, ma sembra sia poco sfruttabile in settembre:
 
Uno dei rarissimi momenti di sole
 
Il tutto con un contorno di verde, che certo non guasta:
 
 
Pinetina di contorno
 
I più anzianotti ricorderanno un noto classicone con John Wayne (“Un uomo tranquillo”, uno dei pochi in cui non fa il cowboy): il nostro eroe è alla prova in una gara di corsa a cavallo. Allo start, mentre tutti gli altri schizzano via, il giggiolone si gira, impenna, fa l’occhiolino alla donzella tra il pubblico e poi, finalmente, quando ha concesso un vantaggio adeguato, parte deciso.
Questa famosa scena mi è venuta in mente quando ho visto il g.m. Iotov, n. 1 di tabellone, che dall’alto dei suoi 2578 entrava al secondo turno con uno zero sul tabellone: alla fine giungeva sì appaiato ad altri due con 7 su 9, ma terzo per buholtz.
Nota assolutamente positiva, è stato un onore giocare arbitrati da un grande maestro: il g.m. Inkiov, che abbiamo ospitato qualche anno fa a Bratto. Ventzislavè molto tranquillo ed educato, e tratta i giocatori con estremo rispetto. Come sempre, la preparazione infonde sicurezza; la sicurezza dà serenità e consequenzialmente gentilezza.
Un simile riguardo nei confronti del giocatore è presente in Italia, ma direi che è un filino meno diffuso.
 
 
Sala da gioco
 
Una particolarità: penso sia stato l’unico torneo in vita mia in cui non ho visto un libro in vendita!
A Sunny Beach, infine, ho giocato tutte partite “brevissime”. La cosa è alquanto singolare e dunque la riporto in dettaglio:
 
turno
numero di mosse giocate
 
1
66
 
2
48
 
3
68
doppio turno
4
60
doppio turno
5
56
 
6
66
doppio turno
7
68
doppio turno
8
73
 
9
19
 
 
Provate a controllare se vi è mai capitato: la maggioranza delle partite con il secondo foglio del formulario. Ovviamente nel doppio turno curavo di essere l’ultimo a finire. È una tecnica per non perdere la concentrazione: se terminate troppo presto, vi tocca riposare e poi magari arrivate più freschi al turno pomeridiano. Ma così che gusto c’è?
Purtroppo all’ultimo turno ho rovinato la prestazione da record con una sciocca vittoria in diciannove tratti. : - ( Che pollo! Nonostante questo incidente di percorso, dovuto al rilassamento proprio sulla linea del traguardo, è rimasta una media di quasi sessanta mosse a partita (per la precisione 58,22; tanto lo so che controllate).
 
In conclusione: l’accoglienza climatica è stata a dir poco umoristica e il viaggio devastante. Eppure, nonostante tutto, rimane la sensazione positiva, legata al gradevole ricordo di aver partecipato ad un torneo così sconosciuto al nostro “circuito”.
 
Ciao a tutti e arrivederci a presto per il prossimo reportage ; - )
Carlo
 
 
I precedenti, spettacolari reportage di Carlo Marzano:
 
Vienna, QUI
Cracovia, QUI
Bornholm, QUI
Stoccolma, QUI
Curacao, QUI
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Di Angelmann (del 03/02/2010 @ 22:20:00, in Tornei all'Estero, linkato 3594 volte)

  

  • Lo spareggio tecnico dà ragione a Chernyshov su Bareev, Le Quang e Inarkiev
  • Nazi Paikidze vince il torneo femminile!
  • Nei commenti gli interventi da Mosca di Ludwig Rettore!

Inizia oggi la “20 giorni moscovita”, con la sesta edizione dell’Open di Mosca che, ormai tradizionalmente, prelude al torneo Aeroflot (8 – 19 febbraio). L’ombra dell’open più forte del mondo  toglie forse un po’ di luce ad un Festival in realtà fantastico, con numeri da capogiro: circa 1300 gli scacchisti in gara, con un open femminile che raggiunge le 136 preiscritte e la presenza di 74 GM nel torneo principale, dei quali 31 over 2600!!

Il torneo si svolge presso l’Università Statale di Mosca. Suona bene questa collocazione in un tempio della cultura, abbastanza distante, invece e purtroppo, dalla nostra realtà. Si gioca dal 30 gennaio al 7 febbraio, sempre alle ore 16 (14 in Italia) tranne l’ultimo turno, previsto alle 11 (le nove da noi). Identico per tutti i tornei il tempo di gioco, 105 minuti per la partita più 30 secondi per mossa a partire dalla prima. Come sempre razionale e ben fatto il sito di riferimento http://www.moscowchessopen.ru/eng/index . Prevista la trasmissione online delle partite, con link non ancora segnalato ma che credo corrisponda al solito http://russiachess.org/online/ . Montepremi notevolissimo di oltre 5 milioni di rubli (circa 118.000 euro), con 500.000 rubli al vincitore del torneo A.

Sergei Rublevsky

I primi 20 del tabellone principale:

1 GM Rublevsky Sergei 2697 RUS 1974

2 GM Motylev Alexander 2697 RUS 1979

3 GM Bologan Viktor 2692 MDA 1971

4 GM Bu Xiangzhi 2673 CHN 1985

5 GM Georgiev Kiril 2672 BUL 1965

6 GM Zhigalko Sergei 2668 BLR 1989

7 GM Kurnosov Igor 2668 RUS 1985

8 GM Najer Evgeniy 2665 RUS 1977

9 GM Vescovi Giovanni 2660 BRA 1978

10 GM Lastin Alexander 2659 RUS 1976

11 GM Nepomniachtchi Ian 2658 RUS 1990

12 GM Sasikiran Krishnan 2653 IND 1981

13 GM Grachev Boris 2653 RUS 1986

14 GM Khismatullin Denis 2651 RUS 1984

15 GM Inarkiev Ernesto 2649 RUS 1985

16 GM Le Quang Liem 2647 VIE 1991

17 GM Bareev Evgeny 2643 RUS 1966

18 GM Kazhgaleyev Murtas 2643 KAZ 1973

19 GM Savchenko Boris 2638 RUS 1986

20 GM Andreikin Dmitry 2635 RUS 1990

 

Ernesto Inarkiev

Non pochi i giocatori che hanno già toccato quota 2700 in carriera. Grandissimo equilibrio comunque e gara pressoché impossibile da pronosticare. Un open così dovrebbe essere più adatto a giocatori che sanno rischiare e che riescono a trovare una buona vena nella gara, tuttavia un giocatore “solido” come Inarkiev, ad esempio, si è comportato benissimo sia nel 2008, nel gruppo dei secondi (alle spalle di Timofeev) dopo aver condotto il torneo con una impressionante serie di vittorie, sia nel 2009, sempre nel gruppetto dei secondi a mezzo punto dal vincitore Onishuk. D’altra parte, altrettanto buoni i risultati di un furente attaccante come Nepomniachtchi, anche lui a 7 su nove nel 2009 (e vincitore dell’Aeroflot 2008!).

"Nepo"

Sorprende un poco la discesa sotto i 2700 di Bu Xiangzhi ma il 24enne cinese ha relativamente ridotto la sua attività nel 2009, giocando peraltro meno spesso all’estero, forse in relazione ad impegni extra-scacchistici (magari qualche lettore ne sa di più). Se si è preparato per questa gara (e per il prossimo Aeroflot) Bu potrebbe essere da “pronosticare”. Notevole crescita nel recente periodo per il 19enne vietnamita Le Quang Liem, sicuramente talentuoso anche se non so se già abbastanza maturo e “roccioso” da sapersi imporre in un torneo così difficile. Fuori dai primi 20 in graduatoria Elo spiccano i nomi della Hou Yifan (2590) e del super creativo 17enne Sanan Sjugirov (2610). Non mancano poi grandi nomi, come Bareev, Andrei Sokolov, Evgeny Sveshnikov. Nonostante i ripetuti fallimenti nel fantascacchi, mi lancio comunque con un possibile podio: 1° Nepo, 2° Bu, 3° Rublevsky!

Bu Xiangzhi

Da notare la presenza di Igor Kurnosov, oggetto lo scorso anno all’Aeroflot di accuse di utilizzo di mezzi informatici da parte di Mamedyarov, duramente battuto nel confronto diretto e ritiratosi poi dalla gara; ne parlammo anche attraverso un’intervista a Mamedyarov di Ludwig Rettore, nostro corrispondente da Mosca (!! : - ) ) nelle ultime due edizioni. Non mi sembra che quest’anno Ludwig sia presente ma ripropongo l’introduzione al torneo che ci ha inviato nell’edizione 2009, del tutto attuale per trasportarci nella capitale degli scacchi:

Luwig Rettore impegnato contro il super GM Emil Sutowsky

"Agli amici di Scacchierando,

Mosca è indubbiamente la vera capitale degli scacchi, citare la meraviglia di questi due megaopen immancabilmente appaiati nel mese di febbraio sarebbe per me l’ennesima ripetizione e naturalmente non sono il solo esempio che premia e mette in luce la dedizione di questa città per la nostra amata arte. A tratti è proprio l’aria che si respira a fare la differenza, si vedono ragazzi in metrò presi da tattiche sfide sul cellulare, né è una rarità vedere gente intenta a risolvere l’ultimo problema sulla Shakmatnaia Nedelia, o su un qualche quotidiano russo. Per di più si tratta spesso di problemi che escono dalla nostra un po’ labile mentalità scacchistica in quanto non tendono necessariamente a combinazioni da matto o a cospicui vantaggi di materiale bensì guarda un po’, a semplici vantaggi posizionali, al guadagno di un pedone o dei due alfieri, o ancora di una misera casa debole. Il testo si rivela essere sempre il bianco muove ( e perciò non necessariamente vince!) inducendo perciò il solutore a immedesimarsi nella partita, e a cercare la verità in ogni ambito dell’arte scacchistica, in ogni parte dell’universo della scacchiera. Insomma andare a caccia anche di quei cosiddetti ‘vantaggi minori’ rientra nella tipica logica della scuola russa e porta ad apprezzarne forse ancor più globalmente il gioco e perciò a migliorarsi… (Un consiglio per i nostri mitici direttori Messa e Capece…)

Ma a proposito di bella aria che si respira, io mi reco spesso allo sgangherato circolo dell’Oktiabrskaia club (con le sedie senza schienale e i re senza croce) a due passi dal monumento di Lenin. Qui i tornei lampo sono all’insegna dei grandi maestri e talvolta anche dei grandi nomi, una fortuna che ovviamente si possono permettere data la vastità di GM. Anzi… vedendone sempre di nuovi viene da chiedersi: ma quanti ve ne sono nella sola Mosca? Una domanda che rimbalzo a Runner and company…

Beh per stavolta ho messo più in luce lo sfondo che i tornei in sé data ahimé, la carenza di italiani disposti a parteciparvi quest’anno. Niente Caruana, niente Brunello… (presenti all’Aeroflot 2008 - ndr) quasi niente, nell’Aeroflot a dire il vero vi sarò soltanto io mentre nell’Open di Mosca sarò accompagnato appena da un altro paio di italiani nell’Open B. Ovviamente niente di sufficiente a destare troppo interesse… eppure…eppure pensandoci bene un bel nome in grado di difendere i nostri colori e a farci sognare c’è, soprattutto ricordando quello che ha fatto l’anno scorso e di come gioiva non solo per i risultati eccellenti ottenuti ma anche, ancor più, per il vostro apporto! Avete capito di chi sto parlando?…"

Na zdarovia!

Ludwig Rettore

Non mi sembra ci siano italiani in gara in questa edizione 2010 ma il “nostro” Igor Naumkin (autore di un magnifico torneo nel 2008) c’è anche quest’anno!

Se poi vogliamo affidarci ad un’assonanza italiana per tifare possiamo puntare l’attenzione su Giovanni Vescovi, anche se a parte il nome non ho idea di quanto vicina e avvertita sia la sua ascendenza italiana. Vescovi, 31 anni, è diventato IM a 15 anni e GM a 20, entrando nella top 100 mondiale nel 2001 e superando la soglia dei 2600 nel 2002, pur contemperando l’attività scacchistica con gli studi giuridici. Tra i suoi migliori risultati la vittoria nel torneo delle Bermuda del 2004, doppio girone a sei giocatori in cui ha superato Gelfand, Movsesian, Iordachescu, Shabalov e Macieja, concludento imbattuto con 7 su 10. Nel dicembre 2006 la decisione di lasciare il professionismo per dedicarsi alla carriera legale. Tuttavia, incoraggiato da familiari ed amici, lo scorso giugno ha scelto di dedicarsi completamente all’attività scacchistica, con l’obiettivo dichiarato di superare i 2700. Ha vinto il suo settimo titolo brasiliano lo scorso dicembre ma ha avuto una prova sofferta in prima scacchiera nel recente World Team Chess Championship. Questo Moscow Open é una occasione, peraltro non facile, per ritrovare fiducia.

Il pluricampione brasiliano Giovanni Vescovi

 

L'incredibile Sergienko-Vescovi del 4° turno

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Di Stefano Bellincampi (del 03/02/2010 @ 22:10:00, in Tornei all'Estero, linkato 3133 volte)

  •  7 giocatori a 7.5 punti. Dopo i playoff rapid
  • 1° Adams, 2° Vallejo, 3° Gustafsson e Sandipan.

L’Open di Gibilterra, che si gioca dal 26 gennaio al 4 febbraio, è uno dei tornei più ricchi del circuito con le sue 112.500 sterline di montepremi (circa 128.000 euro). Giunto alla sua 8^ edizione, il “Gibtelecom International Chess Festival” può vantare un albo d’oro notevole: l’anno scorso vinse Peter Svidler (dopo tie-break contro Milov), nel 2008 Nakamura (anche lui al tie-break, contro Bu Xiangzhi). Prima ancora Akopian, Kiril Georgiev, Shirov e Aronian, Short. D’altronde non capita spesso un 1° premio di 15.000 sterline (17.000 euro)!


Peter Svidler, vincitore dell'edizione 2009

 La manifestazione non si limita al torneo principale, aperto a tutti, denominato “Gibtelecom Masters”, ma comprende anche una serie di tornei minori che permettono ai giocatori con Elo inferiore a 2250 che lo desiderano di fare una vera e propria full immersion scacchistica di 10 giorni! Infatti le partite del “Gibtelecom Masters” si giocano alle 15.00, quindi per “ingannare l’attesa” si possono giocare i tornei mattutini di 5 turni previsti dal 26 al 30 gennaio e dal 31 gennaio al 4 febbraio, denominati “Challengers” (per under 2250) e "Amateurs" (under 1800). In teoria un under 2250 può portare a casa 6.000 sterline vincendo entrambi i tornei minori ed il premio di fascia nel torneo principale!

Un torneo nel torneo sarà quello femminile, perchè è previsto un consistente montepremi riservato alle signore, con un 1° premio di ben 8.000 sterline! Ecco spiegata la presenza della n° 2 mondiale, l'indiana Humpy Koneru, Elo 2614, della n° 4, la bulgara Antoaneta Stefanova (2545), della Campionessa del Mondo Alexandra Kosteniuk (2523)  e di molte altre, tra le quali la nostra Elena Sedina (2335).


Humpy Koneru, n° 2 della classifica mondiale femminile


La Campionessa Mondiale Alexandra Kosteniuk

Al torneo partecipano 3 over-2700: il francese Etienne Bacrot, Elo 2713, lo "slovacco" di origine georgiana Sergei Movsesian (2708) e lo spagnolo Francisco Vallejo Pons (2705).


Etienne Bacrot


Francisco Vallejo Pons

Vediamo l’elenco degli over-2600 presenti:

GM Bacrot, Etienne FRA 2713
GM Movsesian, Sergei SVK 2708
GM Vallejo Pons, Francisco ESP 2705
GM Adams, Michael ENG 2694
GM Kamsky, Gata USA 2693
GM Fressinet, Laurent FRA 2670
GM Cheparinov, Ivan BUL 2660
GM Fridman, Daniel GER 2654
GM Gustafsson, Jan GER 2627
GM Sandipan, Chanda IND 2622
GM Koneru, Humpy IND 2614
GM Edouard, Romain FRA 2608
GM Istratescu, Andrei ROU 2607

Sono previsti 10 turni di gioco dal 26 gennaio al 4 febbraio con inizio alle ore 15. Nell’ultimo turno inizieranno alle 10 solo le partite riguardanti i giocatori in lizza per il 1° premio, per permettere la disputa in giornata di eventuali spareggi. In caso di arrivo a pari merito di più di 4 giocatori la classifica finale verrà stilata in base alla performance realizzata.

Tempo di riflessione: 100 minuti per 40 mosse + 50 minuti per 20 mosse + 15 minuti per finire oltre all’incremento di 30 secondi a mossa.

 E’ permesso presentarsi alla scacchiera con un ritardo massimo di 30 minuti. Entro il 6° turno è possibile prendere un turno di riposo (bye) incamerando mezzo punto in classifica, ma non è consentito fare patta prima della 30^ mossa.

Partite in diretta, QUI

Sito ufficiale, QUI

3° turno: Stefanova e Kosteniuk fermano Vallejo Pons e Kamsky


4° turno: Humpy Koneru entra nel gruppo di testa a 3,5

7° turno: miniatura di Movsesian

 

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Di Fabio Lotti (del 03/02/2010 @ 07:21:24, in Raccontando, linkato 1173 volte)

Seconda parte

6) Tempi duri

In una situazione di alterno abbattimento-incazzamento arrivò la telefonata. Precisa, puntuale, prevedibile. D’altra parte dopo tre episodi di quel genere era anche ragionevole, sebbene a me paresse come il colpo finale dato ad un uomo morto. Il che mi fece venire alla mente un episodio storico successo a Gavinana. Per non dargli soddisfazione cercai di mantenere almeno un filo di quella ironia che mi aveva sempre contraddistinto.
“Pronto, commissario?”.
“Quasi vivo e quasi vegeto”.
“La capisco, tutti questi casi irrisolti avrebbero schiantato un bue”.
“Per fortuna non sono un ruminante”.
“E proprio per questo e per la sua completa e fattiva dedizione al suo lavoro durante tutti questi anni di servizio presso…”.
“Dov’è il trucco?”.
“Quale trucco?”.
“Sì, dico, tutta questa lisciata a cosa serve?”.
“Serve…serve…Intanto da parte mia c’è sempre stata un’alta considerazione, se ben si ricorda…”.
“Mmmmm….mi faccia pensare”.
“Via, non mi dica…vede…purtroppo…mi hanno incaricato…sono ordini dall’alto, mi creda, da molto in alto…”.
“Mi fa venire le vertigini”.
“Io non avrei voluto, lei lo sa bene…ma dopo tutti questi omicidi, commissario…a Siena poi…Insomma sono latore…”.
“Venga al sodo, signor procuratore”.
“Vengo al sodo, d’altra parte lei stesso mi incita…”
“Dunque?”. E qui venne fuori il solito Silvestri.
“Dunque il suo incarico è stato revocato. Si consideri congedato per tre mesi. Si curi e si riposi” e riagganciò senza tante storie. E così mi curai e riposai confortato, come ho già detto, dalle visite degli amici, da quelle di Manganelli che mi teneva al corrente degli eventi e dalle attenzioni della signora Giulia che si mostrava sempre più preoccupata del mio stato di salute. Allora si ingegnava a prepararmi dei manicaretti a base di non so che cosa che rinforzassero il sistema nervoso e tirassero su, diceva lei, il mio morale. Per distrarmi, inoltre, dalle mie preoccupazioni, era prodiga di racconti più o meno personali ancora più lunghi di quelli a cui era solita sottopormi, soprattutto durante l’ora dei pasti. Diceva di buttar via le medicine, di uscire fuori a prendere una boccata d’aria, per svagarmi e parlare con gli altri, che altrimenti sarei finito male. Come era successo alla cognata di suo nipote, no…non quello che abita a Colle Val d’Elsa un fannullone che Dio ci scampi e liberi che non c’entrava niente, ma quello di Castellina in Chianti, un ragazzo sveglio che si sarebbe fatto strada nella vita, e insomma questa cognata era stata lasciata dal marito, farabutto che non era altro, per andare dietro alle sottane come gli pareva, ed era caduta in una brutta depressione e stava sempre sola e non voleva uscire di casa, tanto che alla fine, insomma era morta. La conclusione era che la sera mi ritrovavo con la testa ancor più confusa e la serotonina a livello zero.
Cercai conforto nella mia fedele biblioteca e nelle visite d’arte che in precedenza mi avevano aiutato nei momenti difficili. Per non pensare alla mia situazione psicofisica, mi misi a leggere di tutto e di più. Ogni libro ha una sua caratteristica che lo distingue da tutti gli altri. Un po’ come noi esseri umani. Può essere pesante o leggero, di carta ruvida o patinata, può avere caratteri diversi, una copertina morbida o rigida, può contenere illustrazioni e così via. Ogni volta che lo si incontra è come ritrovare un amico, un conoscente, qualcuno con cui parlare, con cui confidarsi. O arrabbiarsi di brutto. Non è che con tutti i libri vai d’accordo. Talvolta ti ci incavoli e li mandi a quel paese. Per quello che dicono, per quello che vorrebbero che tu facessi o sentissi nel tuo animo. Tal’altra addirittura ti verrebbe la voglia di scaraventarli fuori dalla finestra. Ma non lo fai, perché dal confronto e dallo scontro c’è sempre qualcosa da imparare. E così li tieni lì da una parte pronti ad essere usati quando hai voglia di prendertela con qualcuno. Quella era l’occasione buona. Mi aggrappai all’epica, ai grandi condottieri del passato per vedere se mi davano un po’ della loro forza e del loro coraggio. Rilessi interamente l’”Iliade” e l’”Odissea” ritrovando le gesta che mi avevano entusiasmato da giovane studente. Mi ritrovai a parteggiare ancora una volta per Ettore contro Achille che già partiva con il bel vantaggio di essere invulnerabile, e questo mi pareva un vero e proprio schiaffo alla giustizia. Ettore era il mio idolo, il mio eroe. Umano, e per questo vero. Contro il Fato non c’è nulla da fare. L’aveva detto a sua moglie Andromaca. Ilio sarebbe stata presa dai greci, lei fatta schiava, ma lui doveva combattere. In seguito fuori dalle mura ci sarà Achille piè veloce ad attenderlo. Invano il padre e la madre lo pregano di non combattere. Tutto scritto, tutto segnato. Ad Achille la gloria, ad Ettore onore di pianti finché il sole risplenderà sulle sciagure umane, secondo il noto verso del poeta. Così come è segnato il destino di Leonida e dei trecento spartani che devono fermare l’esercito persiano alle Termopili, così come è segnato quello di Vercingetorige sopraffatto dalla forza di Cesare. La storia è fatta di eventi ma, soprattutto, di uomini. Ed è per questo che mi sono appassionato alle biografie. Al liceo avevo letto come l’Alfieri si fosse innamorato de “Le vite parallele” di Plutarco. Questo fu uno dei miei primi acquisti significativi. Anche dal punto di vista pecuniario, perché si trattava di comprare diversi libri e il mio borsellino era desolatamente vuoto. Fui aiutato dagli amici che fecero una colletta. Li ringrazio ancora oggi. Mi misi dunque a rileggere alcune biografie del grande storico greco, per vedere se potevo in qualche modo carpire i segreti della loro grandezza ed elevarmi dallo stato di impotenza in cui mi trovavo. Come effetto delle letture, tanto per fare contento il Foscolo, piansi anch’io alla tragica morte di Ettore, e per non essere scortese nei confronti degli altri, mi commossi come un bimbo di fronte alla fine di Leonida e di Vercingetorige, anche se in quest’utimo caso un po’ meno perché, pur combattendo per la libertà del popolo gallo, comunque era sempre un nemico dei romani ed un po’ di nazionalismo ce l’avevo nel sangue. Tuttavia non riuscii a carpire nemmeno una briciola di forza e manco di sollievo da quelle vite famose. Con Ulisse andò meglio e le sue mirabolanti imprese lì per lì mi diedero una specie di sferzata positiva ma alla fine, al momento dell’incontro con Penelope, dopo aver fatto fuori tutti quei maledetti Proci, non seppi resistere e mi vennero i lucciconi. Ero troppo stressato per reggere pagine tragiche.
Decisi di buttarmi sull’umorismo. Un aspetto dell’umanità che mi aveva sempre interessato fin da ragazzo era quello relativo al sorriso nelle sue componenti essenziali:umorismo, ironia e satira. Tutto ciò che portava al buonumore e faceva sorridere e ridere anche amaramente mi attirava. I giornalini di Paperino, Paperone, Pippo, Pluto. Topolino ecc…mi facevano sbellicare. Stavo ore e ore a sfogliarli. Poi vennero i libri. Un sacco di libri. Perché mi prendevano delle vere e proprie fissazioni. Se ero attratto da qualcosa dovevo subito saperne il più possibile. Dovevo leggere, documentarmi. Il primo vero impatto avvenne con le “Satire”, e non tanto con quelle all’acqua di rose di Orazio, quanto con quelle micidiali di Giovenale. Che non risparmiava nessuno: i rozzi, gli sciocchi, il sottoproletariato dei circenses, il popolino, le insulae maleodoranti che finivano per cadere o bruciare, i lenoni, le prostitute, gli omosessuali, i nobili, i liberti arricchiti, i potenti. Tutto un mondo di depravazione che ritrovai, in parte, anche nel “Satyricon” di Petronio letto qualche tempo dopo con quella colossale, grottesca figura di Trimalcione rimasta intatta nei secoli. E poi Marziale ed i suoi “Epigrammi” con i quali aveva messo alla berlina tutti i difetti ed i tic della società di quel tempo. Dunque ripresi queste letture con l’intento di svagarmi ridendo degli altri. Solo che il mio inconscio era talmente messo male che riuscì a mettermi dalla parte degli sbeffeggiati e non da quella di chi prende in giro e sbeffeggia. Il risultato sorprendente fu che io stesso mi sentii preso per i fondelli e ciò non fece che accrescere la mia depressione.
.Pensai allora di fare il mio solito giretto artistico per la città. Ecco un altro particolare della mia personalità, una abitudine che ho sempre conservato in certi momenti della mia vita di commissario, nei momenti più difficili e decisivi. Come questi che vi sto raccontando. Allora me ne andavo a vedere o rivedere i tesori artistici di Siena. Sì, proprio i tesori artistici, le chiese, le pitture, le sculture e tutto quello che facevano e fanno di Siena una città unica al mondo. Non so cosa c’entrasse l’arte con i casi di cui mi stavo occupando ma era così. Dinanzi a quei capolavori l’animo si placava e forse predisponeva la mente ad analisi e congetture più chiare ed evidenti. Chissà…Qualche tempo prima, di fronte ad un fatto di sangue avvenuto proprio al circolo degli scacchi, me ne ero andato a visitare e ad ammirare, per esempio, le due Maestà di Duccio di Buoninsegna e di Simone Martini, un grandioso ritrovamento di un affresco nella cripta del Duomo , il pavimento restaurato dello stesso Duomo e la libreria Piccolomini. In seguito, durante il famoso episodio dell’omicidio del campione del mondo di scacchi all’hotel Majestic di Siena, rimasi una serata intera a rimirare gli affreschi del Palazzo Pubblico e …insomma altre belle cose come una mostra di Hugo Pratt su Corto Maltese lasciando di stucco i miei colleghi e, soprattutto, il procuratore Silvestri che non si capacitava che cavolo c’entrasse l’arte con il delitto. Io gli rispondevo che anche il delitto poteva essere considerata un’arte, gli rimbrodolavo delle scuse che finivano per farlo imbestialire ancora di più. Durante questi casi, che vi sto raccontando e che mi hanno rovinato la vita e la salute, mi sono costruito un vero e proprio itinerario artistico seguendo le indicazioni di una ottima guida. Solo che i grandi capolavori nascosti ora in una chiesa, ora in una abbazia, ora svelati al grande pubblico nella Pinacoteca invece di calmarmi e addolcirmi mi procuravano l’effetto opposto. I personaggi dei quadri, le madonne rilucenti, gli angeli, i santi, i diavoli sembravano che mi guardassero con un ghigno beffardo di presa in giro o di aperta condanna per la mia palese incapacità. Smisi di andare per arte e rimasi chiuso in casa.
Cercai conforto nella televisione. Mi misi ad aggeggiare con il telecomando da un canale all’altro come fanno i bambini, per scaricare un po’ della tensione che mi stava opprimendo e per vedere programmi e volti nuovi, dato che era già un bel po’ di tempo che l’avevo trascurata. Il fatto era che ,zippando come un matto, mi ritrovavo immancabilmente davanti la solita faccia agguerrita del Berlusca che ce l’aveva con la sinistra, con i comunisti e tutti quelli che non gli davano retta. Oppure passavo di botto dalle braccia lacrimose della De Filippi alle grinfie di Biscardi dove era tutto un mandare accidenti e insulti agli arbitri e alla Federazione gioco-calcio. E a proposito degli insulti te li ritrovavi dappertutto, sia negli incontri dei politici che nei vari reality e perfino nei pacchi di Pupo che erano essi stessi un insulto alla decenza. Se invece mi spostavo su Canale 3 Toscana allora mi imbattevo regolarmente nel Masoni, vero e proprio insulto all’uso del congiuntivo.
Lasciai in pace la televisione e mi buttai sui giornali ritrovandomi circondato da calamità naturali, siccità, incendi, maremoti, inquinamenti, alluvioni, valanghe, smottamenti, epidemie, il colera, l’Aids, l’aviaria e così via. Se la natura si dava una calmata c’era l’uomo a mettere le cose a posto mediante rapine, rapimenti, omicidi, stupri, guerre, bombardamenti, attentati, tradimenti, falsi in bilancio, leggi ad personam. Decisi allora di trascurare la cronaca di qualsiasi genere dove avrei trovato immancabilmente di che dolermi e di soffermarmi solo sulle pagine della cultura, che qui non sarei certo incappato in episodi di scorrettezza e cattiveria. Fui attratto subito da un articolo dello scrittore Alessandro Baricco che se la prendeva con i critici letterari Citati e Ferroni perché nel corpo dei loro interventi lo avevano punzecchiato con supponenza per il suo rifacimento nazional-popolare de L’ “Iliade”, senza farne una critica seria e approfondita, senza averlo letto, insomma. Ferroni rispose a bomba che, semmai, era Baricco stesso a non avere letto gli interventi di lui medesimo sulla sua “Iliade” pubblicati in altre occasioni. Che stesse un momentino più attento, il pivello. Nella polemica si inserì Edmondo Berselli chiarendo che al giorno d’oggi (cioè di allora) non c’erano più santoni letterari capaci di far vendere o meno con le loro critiche. E allora perché mai a quel bischero di Baricco interessava un loro intervento? A favore di Baricco si schierò il giallista Carlo Lucarelli che in quel contesto non c’entrava niente ma anche lui era stufo di essere sfruculiato dai soliti mandarini letterari. Che se ne andassero a farsi fottere. A ciò si aggiunse la lamentela di Pietrangolo Buttafuoco, altro scrittore, però meno noto, nei confronti di Carla Benedetti la quale, intervenuta per disprezzare il metodo di Citati di buttar giù righe allusive sui lavori altrui senza averli letti, era lei stessa a praticare il suo metodo infangando con una riga e mezzo il suo lavoro. Infine Stefano Bartezzaghi si chiedeva il perché di tutto questo casino, quando la sintassi di molti degli interventi non si distingueva da quella dei leader elettorali, dai telecronisti da stadio e dai ragazzi nel confessionale del Grande Fratello.
Decisi smetterla anche con i giornali e di fare come le tre scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano.
 
 
7) A pesca!
 
In quel periodo di merda ero talmente ridotto male che Manganelli cercò in tutti i modi di darmi una mano.
“Commissario, non può andare avanti così. E’ proprio a terra. Qui ci vuole aria aperta, movimento, bisogna avere interesse per qualcosa. Non può rinchiudersi in se stesso. Via, non la posso vedere in questo stato!”.
“Non mi guardare”.
“E invece la guardo e più la guardo e più mi fa pena”.
“Ecco, le tue parole sono come un balsamo sulle mie ferite”.
“Come che?”.
“Dico che mi stai tirando parecchio su di morale”.
“No…volevo dire…insomma deve venire con me”.
“Questa è la cura giusta. Non ci avevo pensato”.
“Anche in fase di crisi la battuta non manca. Buon segno. Insomma domani, essendo domenica, ce ne andremo a pescare insieme”.
“Che ne dice?”.
“Che ne dico? Mi pare una bella str…”.
“Vede che avevo ragione? Una bella strigliata al fisico, una bella girata di buona mattina, una buona colazione all’aria aperta, una bella pescata, perché lei lo sa che sono un provetto pescatore. Si ricorda quando venne a casa mia per quell’incontro…”.
“Quale incontro?”.
“Ah, ma allora è messo male davvero. Eva e Maria, commissario!”. Manganelli si riferiva al fatto di quando mi aveva invitato a casa sua in compagnia di due ragazze, molto carine e molto allegre, soprattutto molto allegre. Ed io avevo fatto vedere ad una di esse, non ricordo se ad Eva o a Maria, ma mi pare proprio a Maria, come il postino suonasse due volte. Il ricordo di quell’incontro mi strappò un lieve sorriso.
“Vede che se lo ricorda? Eh, vecchio drago…”.
“Manganelli, non ti permetto…”.
“Mi scusi, commissario, mi sono lasciato prendere dall’entusiasmo nel vederla rifiorire a nuova vita. Dunque in quell’occasione ebbe modo di osservare anche alcune mie fotografie di eccelso pescatore”.
“Ho visto che tenevi in mano un pesce, non so se pescato o comprato…”.
“Pescato, commissario, pescato con le mie mani, anzi con la mia lenza. Domani di buona mattina andremo a pescare. Una pesca facile facile con i bachini. Non prenderemo pesci grossi ma almeno ci divertiremo a tirarne su parecchi. Verrò io a prenderla”.
Il concetto di buona mattina di Manganelli si rivelò essere del tutto particolare, o meglio molto ma molto personale. Mi aspettavo il suo arrivo, che ne so, verso le sette o le otto e invece il campanello incominciò a trillare, anzi a strillare, che erano appena le cinque.
“Chi dorme non prende i pesci, commissario!”. La mia risposta dovette colpirlo perché sbiancò di colpo e non aprì bocca fino alla partenza con la macchina verso un torrente di cui non ricordo il nome.
“Questa è la nostra giornata, commissario. Avanti Savoia!”. E fu così che andammo avanti per parecchio tempo attraverso strade e stradine di campagna piene di buche e di cunette fino ad arrivare al punto stabilito in cui dovevamo lasciare la macchina e proseguire a piedi. Scesi dalla macchina con lo stomaco in subbuglio e una pressante voglia di vomitare.
“Accidenti come è bianco, commissario. Non mi dirà che le ha fatto male la macchina”.
“Non credo. Il viaggio è stato liscio come l’olio” farfugliai con un certo affanno.
“Bene, ora prendiamo tutto l’occorrente e ci avviamo verso un posticino che conosco solo io. Arriveremo in quattro e quattr’otto e vedrà che non ci sarà nessuno a romperci le tasche”. Il concetto di quattro e quattr’otto si rivelò simile al concetto di buona mattina. Credo che una qualsiasi persona normale intenda quattro e quattr’otto all’incirca cinque minuti o dieci. Al massimo un quarto d’ora tanto per scialare. Non di più altrimenti si usa un’ altra espressione, tipo “Ci metteremo un po’ ma ne vale la pena”, oppure “C’è da fare parecchia strada”, o ancora “Ci faremo una lunga passeggiata”. Anche per dare un’idea a chi ti segue di quello che lo aspetta. Ebbene il quattro e quattr’otto di Manganelli coincise in maniera spiccicata con un’ora di duro cammino tra viottoli, sterpaglie, macchioni, arbusti spinosi e buche improvvise a dimostrazione che quel posto lo conosceva veramente solo lui. Nemmeno i cani ci sarebbero arrivati.
“Che ne dice, commissario?”. Non risposi ma ripresi fiato e incominciai a pulirmi il sangue che colava da una guancia per colpa di certi pruni maledetti.
“Bene, ci sistemiamo qui. Tanto per cominciare ci mangiamo un bel panino al formaggio e al prosciutto innaffiato con un buon vinello”. In altre occasioni mi ci sarei buttato a capofitto ma in quel momento di tutto avrei fatto piuttosto che mangiare. Risposi scuotendo malinconicamente la testa.
“Davvero non ne vuole, commissario? Mi dispiace che si senta male ma vedrà che si riprende in un battibaleno. D’altra parte dovrà essere in forma se vuole almeno tentare di non soccombere contro un pescatore provetto come il sottoscritto”. Me ne andai di corsa a vomitare dietro un cespuglio lì vicino. Come prevedevo il battibaleno del mio vice comprese quasi tutto l’arco della mattinata punteggiato da conati di vomiti che non producevano nessun effetto concreto dato che lo stomaco era assolutamente vuoto. Comunque sia cominciammo a pescare. Volevo fargliela vedere al Manganelli di che pasta fossi fatto come pescatore. Anche se in condizioni fisiche e morali disastrose era mio dovere batterlo per togliergli dalla faccia quell’aria di sufficienza con la quale mi aveva sfidato. Dopotutto da ragazzo c’era stato un periodo in cui mi ero dedicato alla pesca nel torrente Staggia. Mi alzavo presto la mattina, cercavo un luogo appartato, anche se non tanto appartato come quello scelto da Manganelli, buttavo nell’acqua il pasto che avevo preparato per i pesci che poteva consistere in chicchi di uva o di granturco, ci ritornavo per tre giorni di fila e poi incominciavo a pescare. In questo modo i pesci si erano abituati al servizio culinario ed abboccavano come pesci, appunto. Mi feci forza, presi la canna con la lenza, infilai con un po’ di sforzo il bachino bianco nell’amo e mi apprestai a lanciare la lenza nell’acqua in un posto abbastanza lontano dove mi era parso di vedere luccicare qualcosa. Il lancio si sarebbe rivelato di una perfezione millimetrica se non fosse stato interrotto nella sua azione da un ramo di un albero che ciondolava stupidamente sulla sponda del torrente. Le mie urla disperate attirarono Manganelli che si era appostato più avanti.
“Che succede, commissario?”.
“Che succede, che succede…lo vedrebbe anche un cieco. Questa maledetta fronda si è abbassata all’improvviso…”.
“Ma se non tira un alito di vento?”.
“Ma come non tira? Ma se ti dico che si è abbassata si è abbassata. Non ti ci mettere anche te por…”.
“Non mi ci metto. Tutto è rimediabile nella vita ad eccezione della morte”. La nuda e cruda verità del proverbio mi bloccò per un istante.
“Ecco qui. Ora taglio la lenza, ne rifaccio un’altra e tutto ritorna come prima”. E tutto ritornò come prima ad eccezione del mio sistema nervoso che si era vieppiù intorcinato. Incominciai a pescare, o meglio a lanciare nell’acqua con più circospezione l’amo con il bachino bianco che scodinzolava disperato senza tirar su nemmeno l’ombra di un pesce, tanto che mi venne il dubbio che lo scodinzolamento del suddetto bachino fosse solo di soddisfazione. Mentre dall’altra parte“Eccone un altro, commissario! Lo dicevo che si sarebbe divertito!”. Ad un certo punto notai che il mio sughero veniva portato di qua e di là.
“Appena ti butti sotto ti sistemo io” ringhiai sottovoce. E appena fu portato sotto tirai con tutte le forze che avevo. Le forze che avevo erano poche ma bastarono a spedire il tutto sulla solita maledetta e stupida fronda d’albero che si era abbassata di colpo come riferii a voce piuttosto alterata a Manganelli. Il quale Manganelli risolse il problema con la solita calma e con il solito proverbio sulla morte che questa volta mi procurò un leggero brivido lungo la schiena. Decisi di cambiare il posto. Io sarei andato in quello di Manganelli e lui sarebbe venuto nel mio. Ero talmente furioso che non stetti nemmeno ad ascoltare ciò che diceva il mio vice con un’aria piuttosto preoccupata. Venni comunque a saperlo poco dopo quando, durante il trasloco, inciampai in un piccolo masso sporgente e mi ritrovai insieme alla canna da pesca dentro l’acqua. Le mie grida dovettero atterrire tutti i pesci dei dintorni perché da allora fino alla fine della pesca anche Manganelli non riuscì a tirar su nemmeno una scarpa, mentre io cercavo di asciugarmi ai raggi del sole che filtravano a malapena in quel posto da lupi. Ad un certo punto, passatomi i conati di vomito, mi venne voglia di mettere qualcosa sotto i denti. Ne feci edotto il mio braccio destro“Manganelli, mi è venuta voglia di azzannare il panino che hai preparato per me”. Evidentemente Manganelli stava perdendo in acustica perché non rispose e mi ci vollero tre o quattro chiamate per farmi rispondere.
“Allora, hai capito?”.
“Ho capito che lei vorrebbe…”.
“Non che io vorrei, Manganelli, ma che voglio. Voglio, presente indicativo, prima persona singolare”.
“Io, mi scusi, ma insisto nel vorrei, sono d’accordo sulla prima persona ma non sul modo. Adoprerei il condizionale. Insomma, commissario, lei mi deve scusare ma pensavo…”.
“E che cosa hai pensato di grazia?”.
“Quando non poteva mangiare ho pensato che sarebbe stato brutto lasciare andare a male un tale panino e così, per non sciuparlo…”.
“Non mi dire che te lo sei mangiato!”.
“Non lo dico, commissario, ma l’ho fatto”.
Quella mattina non mangiai, non presi un pesce, cascai nell’acqua e vomitai. Ma a tutto c’è rimedio eccetto che alla morte.
 
 
 
8) Il sergente dai capelli rossi
 
Dopo i tre casi disgraziati ne arrivarono altri cinque, ma i miei successori non ebbero miglior fortuna. Vi sembrerà strano ma è così. Nonostante i mezzi messi loro a disposizione fecero fiasco completo. Da una parte mi dispiaceva per la mia città, dall’altra ne ero quasi contento. Anzi, siccome ho detto di dire tutto senza mezzi termini, ero contento senza il quasi. Fui richiamato a furor di popolo all’ottavo delitto. In effetti l’opinione pubblica mi era stata sempre vicina, ed anche la stampa, ad essere sincero. Questo fatto provocò come una frustata di adrenalina che mi permise di portare a termine il mio compito. Non ve ne parlo ora perché ho una rabbia dentro che mi fa scoppiare le budella. Durante l’ultimo caso arrivò anche un sergente in gonnella (si fa per dire perché portava sempre i calzoni) dai capelli rossi. Una specie di Milva in miniatura dalla bocca meno pomposa, con lo sguardo furbetto e lo scilinguagnolo sciolto. Portamento eretto con movimenti rapidi che mettevano in subbuglio le rotondità sporgenti. Mani di normale lunghezza sempre in fermento, pelle bianco-farina che faceva risaltare ancora di più la massa capillare rosso-rame. Una scossa, una scarica di vitalità dirompente. Trentacinque anni ben portati, laureata in psicologia. Secondo il procuratore Silvestri, che si dolse di avermi tolto l’inchiesta per un certo periodo ma gli ordini superiori non si discutono, doveva darmi solo un supporto psicologico alle indagini. Un intuito femminile coniugato con una ferrea preparazione psicologica mi sarebbe stato di un certo aiuto. Non che ne avessi bisogno e non si fidasse delle mie capacità, ci mancherebbe. Anzi si fidava proprio della mia intelligenza per capire che non la dovevo prendere come una offesa. Tanto più che la signorina in questione, perché di signorina si trattava e non di donna maritata, non era proprio bella bella bella ma carina sì, con tutte le sue cosine al punto giusto, un tipo, insomma, da come aveva potuto rendersi conto di persona, e il commissario, se la memoria non gli faceva cilecca, era ancora “signorino”. E il commissario, cioè il sottoscritto, avrebbe potuto unire l’utile al dilettevole…Due piccioni con una fava.. Ringraziai di cuore il procuratore Silvestri, sia per i piccioni che per la fava, e mi apprestai, obtorto collo, a ricevere il prezioso aiuto del sergente elettrico. All’inizio non la presi bene. Durante la mia carriera non avevo mai avuto bisogno dell’aiuto di nessuno, se non delle battute di Manganelli e me l’ero sempre cavata egregiamente. E ora arrivava questa…questa sgrillante piedipiatti a volermi insegnare il mio mestiere. Per di più rossa, quando le ragazze rosse non mi erano mai piaciute nemmeno da ragazzo. Nel paese in cui ero nato si diceva che le rosse erano delle teste calde (vedi il colore), un po’ matte, poco fidate e che portavano perfino sfiga tanto che qualcuno, se aveva la ventura di incrociarle, andava subito a toccarsi nelle parti basse. E così mi era rimasto questo imprinting. Ma dopo un po’ che la frequentavo per i noti motivi professionali incominciò a nascere tra noi una certa amicizia, una certa confidenza che mi portò a cambiare opinione, se non sulle rosse in generale, almeno su di lei. Intanto si chiamava Sally Britti, un nome strano adatto proprio a una rossa. Era italiana pura, toscana come il sottoscritto, nata a Castelfiorentino ma il babbo, anche lui di capelli rossi, era un fissato del cinema americano e gli aveva voluto appioppare un nome di un personaggio di un film che l’aveva completamente ammaliato. La mamma si era opposta, ma lei aveva i capelli castani e si era dovuta arrendere. Così fu chiamata Sally, o più precisamente Sally la Rossa dalle amiche e dagli amici di quartiere. Questa Sally la Rossa aveva avuto una vita abbastanza movimentata in tutti i sensi a partire dai tempi della scuola, sia perché non stava ferma un attimo, sia perché non le andava bene nulla e non faceva altro che protestare. Era intelligente, curiosa di tutto e di tutti, preparata, dotata di una esposizione chiara e scorrevole, come ammettevano i suoi insegnanti, ma…ma…Ma era terribilmente cocciuta e non si adattava al tran tran della vita scolastica. Risultato: voti accettabili non aderenti alle sue capacità. Crescendo si era fatta più furba e aveva in qualche modo attutito gli spigoli del suo carattere soprattutto nei momenti cruciali, come quelli degli esami, per esempio. E così era andata avanti negli studi laureandosi in psicologia, una materia che l’aveva sempre interessata, per capire meglio gli altri e anche se stessa. Che non era una cosa semplice. Aveva partecipato ad un concorso per entrare nella polizia, perché era terribilmente attratta dai fatti di cronaca nera, dagli enigmi, dal mistero. Le piaceva scuriosare, ricercare, indagare, ficcare il naso dappertutto. Ed era riuscita nell’impresa di vincere il concorso con la sua volontà, la sua bravura e la sua cocciutaggine. Di giovanotti gliene erano girati intorno parecchi ma pochi venivano scelti e nessuno aveva resistito alla sua personalità imprevedibile e dirompente per più di due settimane. Per cui era rimasta single e non se ne dava troppa pena. Le bastava il suo lavoro ed i suoi numerosi interessi. La ragazza, infatti, non si interessava solo di psicologia ma anche di cinema, di letteratura, di romanzi polizieschi e perfino di scacchi. Sì, proprio di scacchi. Ne fui edotto la prima sera che accettò l’invito di venire a casa mia per fare il punto sulle indagini di quei bastardi di casi che mi stavano rovinando la vita. Solo per questo motivo e non per altro. Ero talmente preso dall’ultimo caso che non mi avrebbe tirato su dal punto di vista ormonale nemmeno una rediviva Marilin Monroe. Le discussioni non mancarono. Era puntigliosa e difendeva il suo punto di vista a spada tratta. Sempre con il dovuto rispetto ma solo quel tanto, o meglio quel minimo per non apparire scortese. Non avendo cavato un ragno dal buco per quanto riguardava il misterioso serial-killer che imperversava nella mia città, tirai fuori la scacchiera con i relativi pezzi e mi misi ad osservarli, come a cercare di scoprire il loro terribile segreto.
“Anche lei appassionato del gioco degli scacchi?” mi chiese ad un certo punto della mia muta riflessione con gli occhietti spiritati.
“Perché…non mi dica che anche lei conosce o si interessa a questo gioco!”
“Beh, non dico di essere una campionessa ma me la cavo”.
“E da quanto tempo si dedica a Re e Regine?”.
“Da poco, prima di essere mandata qui come…come…”.
“Come?”.
“Come supporto psicologico…”
“Guardi che io non ho bisogno di un bel supporto di nulla” risposi lievemente alterato se un qualsiasi tipo di alterazione è possibile in uno stato di completo torpore psicofisico.
“Allora diciamo che sono stata mandata da lei solo per farle compagnia”.
“Questa è già meglio anche se…”.
“Lasciamo da parte il motivo per cui mi hanno spedito al suo commissariato. Saputo che qui gira un maniaco che, dopo avere ucciso, mette nelle mani delle sue vittime pezzi di scacchi, ho voluto saperne di più su questo gioco. Pensavo che mi poteva essere di aiuto per le indagini”.
“Da un punto di vista professionale le fa onore. E così è da poco tempo che…” ritornai alla carica perché mi era venuto in mente di sfidarla, per vedere la sua reazione di fronte ad una debacle scacchistica segnata dal destino. Erano anni e anni che mi dedicavo agli scacchi. Sarebbe stata una passeggiata. Sally la Rossa avrebbe trovato pane per i suoi denti. Una vittoria completa e sicura su un tipetto come quello, che mi aveva tenuto testa poco prima, mi avrebbe tirato su di morale.
“Eh, sì, da poco tempo”.
“Facciamo una partitina, così tanto per rilassarci?” proposi con l’aria più innocua di questo mondo.
“Come vuole, commissario. Io sono pronta” rispose senza tentennamenti. Iniziai la partita con un ghigno di maligna superiorità che andava dagli angoli della bocca fino ai lobi degli orecchi. Tra l’altro avevo il Bianco e potevo impiantare il sistema di gioco che più mi era naturale. Entrai in una Tromposky che conoscevo a menadito, dato che me l’aveva insegnata il professor Bafio Tolti, un vecchio amico, vero esperto in proposito. Purtroppo anche lui se ne era andato da questo mondo e forse stava giocando con qualche angelo in paradiso o diavolo dell’inferno. In Purgatorio non ce lo vedevo. Pace all’anima sua. Entrai dunque nella Tromposky con la felicità di un bimbo che apre la porta di una pasticceria. Come previsto cambiai il mio Alfiere camposcuro con il suo Cavallo piazzato in f6 e mi apprestai a giocare macchinalmente almeno una quindicina di mosse che sapevo a memoria. Tutto facile, tutto liscio come l’olio anche perché Sally, da perfetta ingenua, non seguiva per nulla le sacre mosse previste dalla teoria, ma muoveva evidentemente i pedoni e i pezzi a casaccio senza un filo logico, come succede spesso ai neofiti. Mi sentii quasi in colpa per una vittoria troppo facile e così schiacciante. Senso di colpa che se ne andò presto a farsi friggere, perché le venne in soccorso una fortuna, ma una fortuna così sfacciata da ribaltare l’esito scontato della partita.
“Se devo essere sincero ho giocato con un po’ di sufficienza” dissi soffiandomi deliberatamente il naso senza che ce ne fosse bisogno per nascondere un lieve rossore.
“Me lo aspettavo. Da un cavaliere come lei…” rispose sbattendo più volte le palpebre di quei due occhietti neri che pungevano come spilli. Nella seconda partita ebbi il Nero e riuscii a impiantare, senza che Sally se ne rendesse conto, naturalmente, un Dragone della Siciliana sul quale ero ferratissimo. Tra l’altro, sempre il mio vecchio amico Bafio Tolti, pace all’anima sua, mi aveva regalato un libro da lui scritto proprio su questo antico mostro e non vedevo l’ora di mettere in pratica i suoi insegnamenti. Sapevo tutto sul sacrificio di qualità nella casa c3 ed in altre case della scacchiera, sul sacrificio del Cavallo o dell’Alfiere nella casa g4, sul sacrificio del Cavallo in e4 e b2 e su altri strabilianti sacrifici del Nero in questa altrettanto strabiliante apertura. Tra l’altro era completamente sparito quel senso di colpa di qualche minuto prima, per cui me ne stavo curvo sulla scacchiera come un falco pronto a ghermire la preda. Andando avanti nel gioco mi venne in mente che anche il Bianco aveva le sue belle frecce da scoccare, i suoi bei sacrifici di pezzi. Mi ricordai di un pedone che si immolava in e5, di un Cavallo che si offriva in olocausto in f5, di una Torre che si schiantava su un Cavallo in h5, di un’altra Torre che si avventava in h7 ecc…Bene, bene avevo tutto sotto controllo. Solo che in quella partita non successe nulla di tutto questo. Non un sacrificio neppure piccolo piccolo, ma un tric e trac di una noia mortale che finì per portarmi in una situazione desolatamente persa con un pedone bianco che se andava beato in ottava traversa, per trasformarsi nella più fulgida delle Regine. Senza che nessuno dei miei pezzi potesse raggiungerlo.
“Uggiosa questa partita” dissi con un filo di voce.
“Non le do torto, ma non tutte le partite possono essere alla Kasparov” replicò secca.
“Ah, perché lei conosce…”.
“Chi non conosce le partite del campione del mondo?”.
“Certo. Chi non le conosce…Però, pensavo, che con il poco tempo a disposizione…”
“Il tempo è stato quello necessario” sentenziò scotendo la massa rossa che mandò bagliori di fuoco.
Dopo queste risposte, a dir la verità anche un po’ strafottenti, decisi di farla finita. La guardai fissa negli occhi, aggrottai le sopracciglia, aggiustai il posteriore sulla sedia e con il Bianco misi in atto la mia arma letale: un Gambetto di Re con il quale una volta avevo strapazzato anche un forte giocatore del circolo. Un Gambetto di Re è un’arma terribile nelle mani di un esperto, tanto più che mi ero preparato su un articolo scritto, sempre da Bafio Tolti, pace all’anima sua, su una rivista di indiscutibile prestigio. Al momento giusto avrei sacrificato il mio Alfiere campochiaro in f7 con un attacco devastante che avrebbe portato ad un sicuro abbandono del Nero. Così era scritto in quell’articolo. E così accadde. Solo per quanto riguarda la prima parte, però. Ci fu, è vero, il sacrificio dell’Alfiere in f7 ma senza essere seguito di lì a qualche mossa dall’abbandono del sergente che mi stava di fronte. Anzi, quella impertinente di una poliziotta in pantaloni continuò ancora per diverse mosse fino a rifilarmi un devastante matto affogato di Regina e Cavallo.
Non la faccio lunga. Negli altri incontri che proseguirono fino a tarda notte impiantai invano una variante di cambio della Spagnola o una difesa Tarrasch o…vattelapesca . Ad un certo punto decisi di non seguire più i consigli di quel mio vecchio trombone di un Bafio Tolti, che il diavolo se lo porti, lampante causa dei miei insuccessi, ma di giocare seguendo il mio naturale istinto scacchistico. Quello, di sicuro, non mi avrebbe tradito. Il fatto è che Sally la rossa non si accorse minimamente di questo profondo cambiamento di strategia e continuò a giocare nello stesso modo di prima, rifilandomi una sventola dopo l’altra, tanto che ad un certo punto, vedendomi sbiancare in faccia come un cencio lavato, mise in atto uno dei suoi artifici psicologici, per togliermi dall’impaccio. Dato che stavamo giocando nello studio “Che magnifica biblioteca, commissario!” esclamò alzandosi di scatto e incominciando a scuriosare tra i libri.
“Posso dare uno sguardo, così ci prendiamo un po’ di riposo da questo gioco che all’apparenza non pare, ma è molto stancante”.
“E’ vero” risposi, ringraziandola in cuor mio per quell’atto di infinita bontà.
“Non credevo che un commissario di polizia avesse una biblioteca così fornita!”. Accennai ad un timido sorriso di ringraziamento.
 
 
 
 
9) Cellule grigie al lavoro
 
Una sera decisi di riunire nello studio di casa mia, dopo avere cenato, Manganelli e Sally per vedere di tirare fuori qualcosa da quei fottutissimi omicidi. Da questo incontro potete capire anche quello che era successo dopo il terzo.
“Dunque, sentite un po’. O stasera ci capiamo qualcosa, o questa volta decido io di dare le dimissioni, o me ne vado direttamente al manicomio”.
E’ fortunato, commissario” rispose Manganelli con gli occhi che gli luccicavano per il Brunello di Montalcino.
“E perché?”.
“Perché i manicomi non esistono più”.
“Lo so, ma il mio era solo un modo di dire. Non ti ci mettere anche te perché…”.
“Okey. Zitto e mosca”.
“Bravo, così mi piaci”.
“Dunque, dicevo…sì, tu Manganelli fai un bel resoconto degli eventi tenendo presente le relazioni di Serbelloni e Rinesi…”.
“La parte più semplice…”.
“La parte più semplice e interessante. Mentre tu, Sally, cercherai di fornire una maledetta pezza psicologica a tutto quanto.”
“Offrirò la mia piccola pezza”.
“Mi scusi, commissario, ma il suo apporto in che cosa consiste, se mi è lecito…”
“Il mio apporto sarà decisivo come al solito. Tu fai quello che ti ho detto che io…che io…lo vedrai”.
“Bene, inizio dai morti”.
“Vedi un po’ tu. Se iniziare dai vivi ti è più facile…”
“Inizio dai morti. Dunque sono nell’ordine:
1) Amelia Esposito di 22 anni, abitante in via Petrucci 4, trovata strangolata di lunedì, sembra con difficoltà, all’aeroporto di Ampugnano. Addormentata con la Rutella-cannabis. Ora della morte tra le dieci e le undici. Teneva un pedone degli scacchi stretto nella mano sinistra. Un pedone bianco ad essere precisi. Ragazza seria, studiosa, stava per finire l’Università. Aveva un fidanzato con l’alibi di ferro. A quanto pare nessun nemico o nemica.
2) Luigi Ermini di 70 anni , abitante in via Sant’Angelo 5, pensionato, ucciso dalla Infida-mastellaria sotto forma di caramella, di venerdì, nei giardini dell’Acqua calda. Ora della morte tra le diciassette e le diciotto. Un pedone nero nella mano destra. Brava persona.
3) Ferdinando Falugi, di 60 anni, abitante in via dei Pellai 3, pensionato, ucciso dalla Larussitia horribilis, sempre in forma di caramella, di domenica, tra le diciotto e le diciannove, trovato al cinema Smeraldo. Un Cavallo bianco nella mano sinistra. Ancora brava persona.
4)Silvana Cauccioli di 75 anni, abitante in via Reatina 6, pensionata, uccisa dalla Calderola-Trivialis con caramella, di giovedì, tra le nove e le dieci presso i giardini del vecchio manicomio. Un Cavallo nero nella mano destra. Niente da dire su di lei.
5)      Cosimo Biondi di 18 anni, abitante in Piazza del Sale 5, studente, ucciso dalla Rubella-bertinialis con sigaretta, di sabato, tra le ventuno e le ventidue nella discoteca “Il Paguro”. Un Alfiere bianco nella mano sinistra. Un po’ esuberante ma niente di più.
6)      Carlo Aldobrandi di 80 anni, abitante in via Sant’Orsola 6, pensionato, ucciso dalla Berlusca-insatiabilis con caramella, di lunedì, tra le quindici e le sedici presso lo stadio di calcio. Un pedone nero nella mano destra. Tifoso del Siena senza nemici.
7)      Roberto Corsi, di 67 anni, abitante in via Romana 6, pensionato, ucciso dalla Virida-pecoraria con caramella, di mercoledì, tra le diciannove e le venti presso le scale della sua abitazione. Un Alfiere bianco ed un Cavallo nero nella mano sinistra. Persona dedita al lavoro e alla famiglia.
8)      Marino Donati di 72 anni, abitante in via Pratesi 6, pensionato, ucciso dalla Mortadella perniciosa con sigaretta, di venerdì, tra le diciotto e le diciannove in Piazza del Campo. Un Alfiere bianco ed un pedone nero nella mano destra. Stimato da tutti.
“Bravo. Lo vedi che se ti impegni riesci bene?”.
“La ringrazio. A voi la parola”.
“Gentile da parte tua, ma ancora non hai finito”.
“Come?…”.
“Le piante velenose…”.
“Ah, già, le piante velenose. Dunque ecco qui la lista fornitaci dai nostri esperti:
1) Rutella-cannabis agisce sul sistema nervoso centrale, in poche parole fa addormentare. Se presa a dosi massicce può portare alla morte.
2) Infida-mastellaria può colpire indifferentemente la parte destra o sinistra del cuore fermando la
sua attività.
3) Larussitia horribilis colpisce il nervo ottico provocando un collasso nervoso.
4) Calderola-trivialis colpisce lo stomaco e l’intestino, fa vomitare e provoca una letale diarrea.
5) Rubella-bertinialis colpisce i linfociti del sangue che da bianchi diventano rossi e non svolgono più la loro attività di difesa.
6) Berlusca-insatiabilis colpisce qualsiasi organo partendo dalla voce che viene a mancare.
7) Virida-pecoraria colpisce le vie biliari e aumenta in modo eccessivo la produzione della bile che pervade tutto il corpo facendolo diventare verde.
8) Mortadella-perniciosa colpisce l’esofago che restringe le sue pareti e fa morire soffocati.
La loro azione è repentina. E questo è tutto.”
“Una bella pappardella. Cerchiamo di tirare fuori qualcosa di logico da questo Caos primordiale. Incomincia tu per primo, Manganelli”.
“Sempre a me?”.
“Sempre a te”.
“Va bene se questo è il prezzo da pagare per essere inferiore di grado”.
“E’ un prezzo stracciato”.
“Intanto mi pare che non ci sia nessun filo logico che lega questi benedetti omicidi. Nel senso che i morti non hanno alcun rapporto tra loro e non hanno nemmeno nemici. Sono tutte persone perbene e rispettabili”.
“Così sembra”.
“Un filo logico, però, ce l’hanno queste piante velenose nel senso che si ritrovano in tutti gli omicidi. L’assassino, maschio o femmina che sia, deve essere un vero esperto. Non escludo che lavori in campo farmaceutico o sia addirittura un medico. E’ in grado di fabbricare sigarette e caramelle mortifere come fossero noccioline. Deve avere un laboratorio tutto suo”.
“Ottima e abbondante”.
“Che cosa?”.
“La deduzione”.
“La ringrazio”.
“Ma le pare.”
“Queste piante velenose, poi, a stare ai nostri esperti, sono nate da poco nel nostro paese, pare quasi per un capriccio di madre natura. Le si possono coltivare praticamente nei nostri orti”.
“Questa degli orti me la segno”.
“Ma non è una battuta”.
“Appunto, mi sembra proprio una buona idea. Una girata tra gli orti di Siena non sarebbe tempo perso”.
“Un altro filo che lega le vittime sono gli scacchi. Alcuni li hanno nella mano destra, altri nella mano sinistra. E qui mi fermo perché con gli scacchi non ci ho mai capito niente. Figuriamo se li metto insieme a dei cadaveri”.
“Peccato, andavi così bene. A dir la verità anche io mi areno di fronte agli scacchi. E’ chiaro che si tratta di un segnale. Ma quale? Andiamo avanti. Intanto fra queste vittime molte sono persone anziane. Perché?”.
“L’assassino è uno assoldato dall’INPS per pagare meno pensioni”.
“Non c’è male. Io direi che i vecchi sono in generale, fatte le dovute eccezioni, più deboli e più facilmente addomesticabili…”.
“Commissario, non sono mica degli animali!”.
“Volevo solo dire che si possono più facilmente convincere, che so, a succhiare una caramella o a fumare una sigaretta”.
“Ah, ho capito, una specie di circonvoluzione…”.
“…della tangenziale. Di circonvenzione, Manganelli! Insomma gli anziani sono in genere più creduloni…”.
“Però ci sono anche due giovani tra le salme”.
“E’ vero. Un caso troppo complicato. Anche i giorni e gli orari delle morti non ci dicono nulla. Anzi, a pensarci bene, qualcosa ci dicono”.
“Vedo dai suoi occhi che si è accesa una lampadina”.
“Diciamo un fiammifero. Già il giorno e l’ora dei decessi può essere importante. Praticamente ci sono morti in tutti i giorni e le ore del giorno. Che ne pensa il mio nobile braccio destro?”.
“Mi scusi ma l’idea è venuta a lei, non a me”.
“Sì, ma la conclusione vorrei che sgorgasse limpida dalle tue labbra”.
“A me francamente pare che l’assassino non abbia niente da fare”.
“Ergo?”.
“Ergo che?”.
“Dunque?”.
“Dunque, non avendo nulla da fare, o è un disoccupato o un pensionato”.
“Mai sillogismo fu più perfetto. Ecco il nostro piccolo passo in avanti. Un altro particolare che balza agli occhi è che gli omicidi si susseguono al ritmo di circa quindici giorni ciascuno, come se vi fosse un tempo preciso, quasi stabilito, per commetterli”.
“Già, non ci avevo fatto caso”.
“Forse è il tempo necessario per prepararli. Mah, direi di passare ora la parola alla nostra psicologa. Vediamo quale sarà il suo apporto. A lei la parola, sergente Sally”.
Il quale Sergente Sally se ne era stata zitta fino a quel momento ad ascoltare, tutta presa ed impettita, le elucubrazioni dei due maschietti.
“Intanto qualcosa di buono è stato detto”.
“Bontà sua, collega” rispose Manganelli con gli occhioni dolci.
“Dovere mio. Che sia un esperto di piante velenose è assodato, che abbia tutto il tempo a disposizione che vuole assodato anche questo. Idem per quanto riguarda il possibile laboratorio e la sua preferenza per vecchietti e vecchiette. Il fatto che vi siano anche persone più giovani tra le vittime può darsi sia dovuto alla necessità che non ne può fare a meno…”.
“Vuole dire che il suo obiettivo sono le persone anziane, ma che, per un motivo o l’altro in certi casi non gli è stato possibile attuarlo?”.
“Più o meno. A me pare che l’omicida sia una persona debole che vuole farci credere di essere forte. Lo dimostra il delitto di Ampugnano, la difficoltà nello strangolamento è apparsa evidente. Molto probabilmente si tratta di una persona anziana lucida e determinata. Infatti non ha lasciato segni tangibili della sua presenza nel portare avanti il suo scopo criminale. Una persona affabile, gentile e accattivante…”. Manganelli si scosse dalla esplorazione corporale di Sally e, con un sorrisetto ironico, ” Certo, essere uccisi da una personcina così perbene fa sempre piacere”. Sally gli lanciò un’occhiata commiserevole. “E’ evidente che l’assassino deve avere un certo garbo, un certo fascino, un certo modo accattivante per convincere le vittime a fumare o a gustarsi una caramella. O no?”. Il sorrisetto ironico di Manganelli si trasformò in un sorrisetto deficiente. “Può essere” balbettò. Sally continuò scuotendo per un attimo quella criniera pazzesca. “ Per una ragione o l’altra si serve degli scacchi come un segnale, o meglio come un messaggio da far arrivare ad un’altra persona”.
“Una specie di codice cifrato?”.
“Esatto”.
“Ma verso chi, e perché, e perché ora nella mano destra e ora nella mano sinistra e perché bianchi e neri?”.
“E perché e perché e perché…Ora mi chiede troppo, commissario. Forse inconsciamente vuole aiutarci e quei pedoni e quei pezzi costituiscono degli indizi per arrivare a lui”.
“Cerco di riassumere. Il Nostro è persona anziana, gentile e accattivante, probabilmente in pensione e probabilmente ex medico o ex farmacista, conosce gli scacchi, è debole ma lucido e tenace, preferisce vittime anziane ma se l’occasione non si presenta in quel determinato giorno fa fuori chi gli capita a tiro, si serve degli scacchi per mandare segnali non si sa bene a chi o addirittura per fornirci degli indizi per essere scoperto. Una specie di gioco con la polizia. Non male, ragazzi, penso di avere abbastanza materiale per una bella ponzata. Vi ringrazio della magnifica serata e buonanotte”.
 
 
10) La dea bendata
 
Usciti i colleghi rimasi solo con me stesso. Quella fu la notte più lunga della mia vita. Ormai ero deciso. O trovavo qualcosa di concreto o avrei dato io stesso le dimissioni. Non c’erano alternative, non potevo vivere più in quello stato di ansia continua. Prima di tutto mi feci un bel caffè forte, accesi uno dei miei sigarelli lunghi, mi stravaccai come al solito sulla poltrona preferita gustando il caffè e aspirando profondamente il fumo. Poi chiusi gli occhi riassumendo mentalmente tutti gli avvenimenti e le osservazioni che erano state fatte. Ogni tanto avevo un piccolo sussulto, mi pareva di avere capito qualcosa, mi sembrava di avere scoperto il perverso meccanismo di quei crimini, ma erano solo falsi allarmi. Eppure, eppure spesso il mio pensiero si fermava inconsciamente a quei benedetti pedoni, ai Cavalli e all’Alfiere tenuti fra le mani di quei poveri morti e altrettanto inconsciamente mi appariva il volto di Sally incorniciato da una massa di fuoco. Che ne fossi innamorato? La ragazza era un tipo, aperta, sveglia, attiva, piena di energia…Ecco l’energia. Ne avevo appena per stare in piedi, figuriamoci per innamorarmi. Scartai l’idea dell’innamoramento. Allora perché i pezzi degli scacchi e la sua figura si presentavano insieme? Che nesso logico poteva scattare in quel mio cervellaccio mezzo addormentato? Ad un tratto la luce, come se fossi abbagliato da un faro nella notte. Con Sally avevo giocato diverse partite, tutte perse tra l’altro, maledizione…ma tra le tante ce n’era una che poteva…ma sì… Mi alzai istintivamente, presi la scacchiera, la stesi sul tavolo, vi misi sopra i pezzi e cercai di ricostruire, con il cuore che incominciò a battere più forte, le prime mosse della variante di cambio della Spagnola: 1.e4 e5 2.Cf3 Cc6 3.Ab5 a6 4.Axc6+ dxc6…Mentre muovevo elencavo meccanicamente i pedoni e i pezzi che venivano spostati: un pedone bianco, un pedone nero, un Cavallo bianco, un Cavallo nero, un Alfiere bianco, un pedone nero, un Alfiere bianco che cattura un Cavallo nero, un pedone nero che cattura un Alfiere bianco…Rimasi come fulminato. Le restanti forze residue del mio fisico e del mio cervello riuscirono a compattarsi. I pedoni e i pezzi erano gli stessi di quelli trovati nelle mani di quei poveri disgraziati! Dunque un collegamento c’era. Si trattava di una partita a scacchi! E se di partita a scacchi si trattava due dovevano essere i giocatori e due, non uno, gli assassini! Sentivo di essere vicino alla soluzione ma mancava un dato importante. Come faceva uno dei due giocatori, ammesso che la mia idea fosse giusta, a capire che il primo pedone bianco era proprio quello di Re e che era stato mosso dalla casa e2 di partenza alla casa e4 di arrivo? Ed il ragionamento valeva anche per gli altri pedoni e i pezzi. Mi concentrai di nuovo. Non dovevo abbattermi. Bevvi un altro caffè e fumai un altro sigarello. Poi andai al bagno e mi lavai la faccia che stava perdendo qualsiasi connotato di specie umana. Forse fu proprio in quel momento che la dea bendata ebbe compassione di me. Ritornai nello studio e mi ritrovai tra le mani la lista dei morti che avevo scritto tempo fa con i nomi, i cognomi e l’indirizzo della loro abitazione:
1)      Amelia Esposito, via Petrucci 4
2)      Luigi Ermini, via Sant’Angelo 5
3)      Ferdinando Falugi, via Pellai 3
4)      Silvana Cauccioli, via Reatina 6
5)      Cosimo Biondi, piazza del Sale 5
6)      Carlo Aldobrandi, via Sant’Orsola 6
7)      Roberto Corsi, via Romana 6
8)      Marino Donati, via Pratesi 6
La lessi e la rilessi fino a quando…Incredibile, impossibile, ma forse…Allora fui preso dalla stanchezza e caddi sulla poltrona come corpo morto cade.
 
11) Un adorabile vecchietto
 
La mattina seguente, cioè qualche ora dopo, mi svegliai perché durante il sonno, evidentemente agitato, mi ero mosso ed ero scivolato lungo la poltrona per finire steso sul pavimento. Ero stordito, ma ritornai alla realtà mettendo letteralmente il capo sotto il rubinetto del lavandino. Il primo pensiero fu quello di telefonare alla persona che pensavo fosse utile a cercare di chiudere il cerchio. Almeno così speravo. La telefonata fu lunga e molto, molto interessante. Uscii così come mi trovavo, dopo avere ingurgitato due budini di riso che tenevo al fresco nel frigorifero. Quelli non mancavano mai. Non mi feci neppure la barba e mi avviai a incontrare Erminio Gazzarri in via Lombardia 28. Ci arrivai con la mia punto verdolina che erano all’incirca le dieci. Abitava in una palazzina isolata in un quartiere residenziale dell’Acqua Calda formato da alcune villette a schiera contornate da splendidi giardini. Quello di Erminio Gazzarri era decisamente bello ed ordinato, vi erano fiori ed una serie di piante bene allineate che non avevo mai visto. Al suono del campanello si affacciò un signore anziano dalla barba e dai capelli bianchissimi, vestito in maniera elegante che mi accolse con un aperto sorriso.
“Mi dica”.
“Il signor Erminio Gazzarri?”.
“Per servirla”.
Sono il commissario Marco Tanzini di Siena. Se lei permette vorrei porle qualche domanda. Sono da queste parti per svolgere delle indagini su questi misteriosi omi…”. Non mi fece neppure finire il discorso che “Ma, prego, si accomodi” disse con una voce estremamente cortese e nello stesso tempo mi condusse verso una poltrona in un piccolo salotto agghindato con molta cura.
“ Gradisce un caffè? Stavo giusto preparandolo per me”.
“Grazie, ma…”.
“Commissario, è un onore riceverla nella mia casa. La vedo, come dire, un po’ addormentata. Mi lasci preparare un buon caffè”.
“Se proprio ci tiene”.
“Faccio in un momento”.
Mentre il signor Gazzarri se ne stava in cucina a preparare il caffè mi misi ad osservare il salotto. Piccolo ma pulito e ordinato con alcuni graziosi quadri alle pareti, una piccola libreria ed un tavolo in stile che mi ricordava il settecento. Sul tavolo una bella scacchiera in legno con i pezzi degli scacchi collocati sopra di essa. Già la scacchi…
“Ecco il caffè, commissario. Quanto zucchero?”.
“Lo preferisco amaro, grazie”.
“Come vuole. Allora qual buon vento la porta da me?”.
Mi aggiustai gli occhiali per guardarlo meglio. Aveva un viso dall’aspetto dolce e rassicurante, una bocca ben disegnata e due occhi celesti vivi e penetranti. Sembrava che il tempo avesse lavorato con delicatezza su quel corpo che dimostrava ancora segni di una certa vitalità. Lo accostai istintivamente ad uno di quei filosofi antichi che al liceo mi avevano incusso una certa soggezione.
“Ho settantacinque anni, commissario”.
“Beh, io non volevo…non li dimostra e non porta nemmeno gli occhiali”.
“Per grazia di Dio ho ancora una vista acuta. Ma mi dica la ragione della sua visita. Dopo avere bevuto il caffè”. Sorseggiai il caffè che mi pare avesse un gusto del tutto particolare.
“Le piace?”. Il vecchietto sembrava leggere nella mia mente.
“Sì…volevo dire che ha un sapore diverso dal solito, diciamo un gusto originale”.
Mi rispose con un sorriso inquietante che assomigliò vagamente ad un sogghigno.
“Sono venuto per porle alcune domande. Anche se dall’aspetto sembra un giovanotto, presumo che sia in pensione”.
“La ringrazio per il complimento. In effetti sono in pensione da molti anni”.
“Che lavoro ha svolto, se mi permette, nella sua vita?”.
“Sono stato un farmacista”.
“E anche un appassionato giocatore di scacchi”.
“Ah, la scacchiera sul tavolo…Si è vero. Ho giocato per molti anni”.
“Ma non a tavolino”.
“No…non a tavolino…ma come fa a sapere certe cose su di me. Sembra che si sia informato”.
“Niente di particolare. Abitudine del mestiere”.
“Sì, ho giocato per corrispondenza fino a quando è spuntato il computer che ha sciupato tutto”.
“Per corrispondenza, cosa significa?”.
“Vedo che è interessato agli scacchi. Anche lei conosce questo giuoco?”.
“Abbastanza, ma non tanto da essere bravo. Almeno come lo è stato lei. Un campione italiano…”
“Mi sta lusingando. Il gioco per corrispondenza è semplice. Io spedivo una cartolina all’avversario con le mosse segnate secondo il sistema vigente. Se volevo muovere il pedone di Re di due case allora scrivevo 1.e4 che rappresenta lo spostamento del pedone dalla casa e2, sottintesa, alla casa e4. Semplice”.
“E se l’avversario rispondeva, che so, con 1…e5 , lei come rispondeva a sua volta?”.
“Beh, rispondevo immancabilmente portando il Cavallo bianco da g1 in f3 con 2.Cf3 per controllare il centro, come è nella regola generale”.
“Capisco. E se le avessero risposto 2…Cc6?”.
“Commissario, lei mi vuole provocare. Guardi che sono stato anche un buon giocatore alla cieca”.
“Accetto la sfida e rispondo con 2…Cc6”.
“Bene, allora 3.Ab5”.
“Vedo che le piace la Spagnola”.
“E’ solida e sicura”. A questo punto qualcosa incominciò a non funzionare nel mio cervello.
“ Io…io…gioco 3…a6”.
“Ed io le catturo il Cavallo in c6 con 4.Axc6+, la mia variante preferita”.
“La…la…la variante di cambio”.
“Bravo commissario, ma lei si sente male. Sta sudando…”.
“Lei…lei…”. Stavo in effetti sudando e sentivo che ero lì lì per perdere i sensi. Mi aggrappai alle ultime forze rimaste. “Lei…lei è l’assassino, o meglio…uno degli assassini di questi… tremendi delitti…”.
“Immaginavo che mi avrebbe scoperto prima o poi. Lei è un bravo commissario, anche se per poco” rispose con una voce che si era fatta all’improvviso fredda e tagliente.
 “Tra un minuto la Berlusca-insatiabilis che ho messo nel caffè farà il suo effetto. Prima di perdere conoscenza vorrà, però, saperne il motivo, non è vero?”. Tentai di gridare, ma la lingua era come bloccata. Potevo solo parlare a bassa voce.
“Non può gridare E’ uno degli effetti di questa pianta graziosa dai fiori celesti. Può solo emettere qualche parola che in poco tempo scomparirà”.
“Brutto figlio di…” riuscii a sillabare.
 “Ma può ascoltare. Sono stato il più forte giocatore italiano per corrispondenza, il migliore! Nessuno poteva resistermi!”. Il gentile vecchietto incominciò a gridare e a strabuzzare gli occhi.
“Poi ho smesso con l’avvento del computer. Non c’era più gusto a far giocare questi maledetti cervelli di silicio. Ma la passione mi è rimasta dentro, forte, prepotente”. Aveva abbassato il tono della voce che era diventato un sibilo come quello di un serpente.
“E allora dopo tanti anni ho pensato di giocare di nuovo, ma in maniera diversa, meno scontata, più eccitante. Mi sente, commissario?”. Cercai ancora una volta di gridare, ma non ci riuscii.
“Un gioco dove prendessero parte anche altre persone, seppure inconsapevolmente. Come messaggeri di morte. Un’idea straordinaria. Una mossa ogni quindici giorni per prepararla bene, lei mi capisce…”.
“Ma la scel…ta…del…le…vit…time?”.
“Prese dall’elenco telefonico. La prima è stata Amelia Esposito, abitante in via Petrucci 4. Vuole sapere perché, ma credo che lo sappia. Vero? Lei è una persona così intelligente…”. Feci uno sforzo tremendo per rispondere. La testa mi girava e stava calando una fitta nebbia.
“Per…per… gio…care e4 che…che… si otti…ene dal…la pri…ma let…tera del co…co…gno…me e dal nu…me…ro …dell…la… abi…ta…zio…ne”.
“Ma bravo, il mio commissario! Anche nei suoi ultimi istanti di vita il suo cervello funziona che è una meraviglia. Dovendo muovere un pedone ecco che l’ho messo nella mano della giovane Amelia, che il signore l’abbia in pace. Nella mano sinistra come se segnassi la mossa su un formulario. Alla sinistra va il Bianco e alla destra il Nero. Non le pare? L’avevo seguita all’Università e convinta a fumare una sigaretta insieme ad un povero vecchio che cercava il nipote tra tutti quegli studenti. E’ stata brava, mi ha fatto compagnia, ma si è sentita male ed io le ho offerto un passaggio per riportarla a casa, solo che ho preso la strada per l’aeroporto di Ampugnano. Avevo già in mente l’idea di depistare le indagini portando il corpo lontano. L’ho trascinata per terra mettendo dei sacchetti di plastica alle scarpe, l’ho ricomposta e le ho stretto la gola con queste mani, dopo avere messo opportuni guanti di gomma. Anche se non è stato facile. Sa a questa età le forze incominciano a mancare”.”.
“E il…ve..le…no?”.
 “Se potesse visitare la mia casa vedrebbe che sono fornito di piante straordinarie in giardino e di un bel laboratorio”.
“Con…chi…gio…ca…va?”.
 Si avvicinò verso di me con una risata sgangherata.
 A questo punto fui avvolto da un incubo. Ora mi sembrava di essere Napoleone alla testa della Grande Armata, ora Gesù Cristo che predicava ad una folla immensa. Poi un nero assoluto.
Fui riportato alla luce da una fiamma rossa che si agitava intorno al mio viso.
“Sveglia, commissario, sveglia!”. Aprii gli occhi con un certo sforzo. Era Sally che mi scuoteva “Finalmente! Ce n’è voluta per fargli riprendere i sensi!”.
“Ma…ma il vecchietto?”.
“In gattabuia. L’abbiamo messo in gattabuia”.
“Come hai fatto a sapere dove ero e a salvarmi da quell’infame Berlusca-insatiabilis?”.
“Come ci è arrivato lei alla soluzione,ci sono arrivata anch’io, commissario, ripensando a tutto quando sono arrivata a casa ed ho sfruttato internet dove si trova l’associazione che organizza il gioco per corrispondenza. Ho dato una occhiata all’archivio ed ho trovato quello che cercavo. Mentre lei?”.
“Ho telefonato al Presidente del circolo che è praticamente un archivio vivente”.
“Bene, così di vecchi giocatori per corrispondenza a Siena ce n’era rimasto praticamente uno”.
“Non erano due?”.
“Uno è deceduto da tempo. Questo è un vero pazzo, anche se all’aspetto non sembra. Me lo ha confidato il suo psichiatra che ho rintracciato…”.
“Lasci stare i particolari…Ma come ha fatto a salvarmi? Mi sento svuotato e a pezzi”.
“Con l’unico antidoto efficace che mi sono procurata dal nostro Serbelloni”.
“Quale antidoto?”.
“La Ciampitia-costitutionalis”.
“Accidenti! Benedetta questa Ciampitia, allora”.
“Lo può gridare forte”.
“Scusi Sally, non riesco a capire. Forse è colpa del Berlusca…ma se era solo con chi giocava questo stramaledetto signor Gazzarri?”.
“ Giocava contro se stesso. Ha detto che non aveva avversari degni del suo nome”.
Rimasi a bocca spalancata come uno stoccafisso.
 
 
12) Epilogo
 
“Capite! Tutto questo macello per una partita a scacchi di un vecchio pazzo! Brutti, maledetti fannulloni che non sanno come passare il tempo, ma glielo troverei io il modo di passare il tempo a legnate sul groppone, mascalzoni che non sono altro e poi si credono intelligenti perché stanno ore e ore piegati sulle scacchiere a muovere quei pezzetti di legno, mi hanno rovinato la vita con le loro storie maledette, eh se li avessi ora qui tra le mani…oddio…aiuto… mi manca il respiro…”
“Mirella, ci risiamo”.
“Un altro attacco?”.
“Mi pare di sì. Come al solito quando entra qualcuno nella stanza incomincia a raccontare questa storia, si agita e il cuore non regge. Fagli una puntura che si calmi”.
“Ora lo sistemo io”.
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Di Angelmann (del 02/02/2010 @ 01:39:50, in Tornei all'Estero, linkato 2044 volte)

Ottima prova di Emiliano Aranovitch al 2° torneo Master del Club Chess XV di Parigi, con un secondo posto a pari merito e la sua seconda norma di Maestro Internazionale! Il torneo rappresenta  anche un’occasione d’esperienza e di eventuali norme per alcuni Maestri Fide francesi, tra i quali spicca il sedicenne Julien Song, che ha mancato l’obiettivo di mezzo punto.

Julien Song

La gara è stata vinta da una buona conoscenza degli scacchi italiani, l’IM Okhotnik, con 6,5 su 9, nonostante una sconfitta con il francese Brih. A pari merito con Aranovitch a 6 su 9 l’IM Nguyen Chi Minh, che qualcuno ricorderà come prima scacchiera di Monza nella Finale Master del CIS 2008. Presenti due GM, il bulgaro Nikola Spiridonov e l’israeliano Jacob Murey, al quale è giusto dare un po’ di spazio.

Jacob Murey

Nato a Mosca nel 1941, Murey si mise in luce a 18 anni con un 6° posto nel campionato studentesco dell’URSS. Seppe imporsi in tante gare nell’Unione Sovietica come un ottimo maestro, anche se non tra i primissimi nella feroce concorrenza dei fortissimi scacchi russi di allora. Come tanti altri eccellenti giocatori dell’URSS avrebbe meritato i titoli internazionali ma non ebbe modo di cimentarsi all’estero finchè non riuscì ad emigrare in Israele, nel 1977.

Qui inizia una seconda carriera scacchistica: Murey fu secondo di Korchnoi nel match di Baguio (e chi si fosse perso l’articolo di Ale su quel Karpov – Korchnoi deve assolutamente rimediare! /dblog/articolo.asp?articolo=1562 ), diventando Maestro Internazionale nel 1982 e riuscendo ad inserirsi successivamente tra i primi 100 giocatori del mondo, con il titolo di GM raggiunto nel 1987 e il suo massimo ELO di 2560 (di allora…) nel 1989. Ha difeso i colori della squadra olimpica israeliana in tre Olimpiadi (1980-82-84). Ottime soddisfazioni da “senior”, con il titolo europeo vinto nel 2001 e conducendo Israele alla vittoria nel 1° Campionato del mondo senior a squadre, nel 2004, ottenendo anche il miglior risultato in prima scacchiera insieme a Uhlmann. Una sua bella vittoria: http://www.chessgames.com/perl/chessgame?gid=1076732  

 

L’aria parigina giova ad Emiliano che, lo scorso luglio, aveva colto la sua prima norma nel prestigioso Campionato di Parigi, con un torneo spettacolare e una norma arrivata con due turni di anticipo!! Ne avevamo parlato in questo articolo, presentando anche una bella vittoria contro il GM azero Guliyev (2555).

Emiliano contro Sax a Bratto 2009

In questa gara Aranovitch è stato l’unico a rimanere imbattuto! Momento cruciale del torneo al settimo turno, con il bianco contro il francese Brih (che, come accennato, aveva già dato un dispiacere al n° 1 del tabellone), entrambi a 4 su 6. Negli ultimi due turni Emiliano era atteso da Okhotnik e Murey e ai fini della norma diventava molto importante ottenere una vittoria. Ecco la partita:

Aranovitch - Brih [B27]

1.e4 b6 2.d4 Bb7 3.Bd3 e6 4.Nf3 c5 5.0–0 cxd4 6.Nxd4 Nc6 7.Nxc6 Bxc6 8.Nc3 d6 9.f4 Nf6 10.Qe2 e5 11.fxe5 dxe5 12.Bg5 Be7 13.Bb5 Qd6 14.Bxf6 Bxf6 15.Qc4 Rc8 16.Rad1 Qe6 17.Bxc6+ Qxc6 18.Qa6 Ra8 19.Nd5 Bd8 20.c4 0–0 21.Kh1 g6 22.a4 Rc8 23.b3 Kg7 24.Qb5 Qe6 25.Nc3 Be7 26.Qd7 Bb4 27.Nb5 a6 28.Nc7 Qxd7 29.Rxd7 Kg8 30.Nxa6 Bc3 31.Nc7 Bd4 32.Nd5 Rcd8 33.Rxd8 Rxd8 34.g4 Kg7 35.Kg2 Rf8 36.Rf6 Rd8 37.Rc6 f5 38.gxf5 gxf5 39.exf5 Rf8 40.f6+ Kg6 41.Kf3 Kf5 42.Ne7+ Kg5 43.Ke4 Rxf6 44.h4+ 1–0

Davvero complimenti per questa seconda norma! Emiliano ha già superato i 2400 punti Elo e quindi manca solo la terza norma per la conquista del titolo. Noi mettiamo in ghiaccio il nostro tradizionale champagne informatico e alla prima occasione… Vai che si brinda!

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