“Vivere è una serie ininterrotta di errori, ognuno dei quali sostiene il precedente e si appoggia sul seguente. Finiti gli errori, finito tutto.”
[Ennio Flaiano, Diario degli errori]
Scrivere un libro di scacchi è atto di smisurato coraggio. Può bastare una sola parola a determinare la sorte di centinaia di pagine. Può bastare. Nimzowitsch deve il proprio imperituro successo all’aver osato introdurre per primo la parola “salsicciaio” in un manuale di scacchi. Mentre discettava di settima traversa e pedoni liberi, in un dopo pranzo indigesto ebbe l’ardire di scrivere: “All’incirca allo stesso modo un salsicciaio fa una genuina salsiccia con i singoli ingredienti, con la sola differenza che le mie componenti sono chiare e chimicamente pure, mentre quelle del salsicciaio appaiono avvolte in una mistica oscurità.” Nessuno prima di lui si era spinto così avanti. Ed il Mein System divenne pietra miliare della letteratura scacchistica.
Mauro Barletta nel suo Gli scacchi rotondi è andato oltre. Con audacia senza precedenti ha sostenuto una tesi “dove si proclama che la storia dei campionati del mondo è lardellata di errori grossolani”. Non ha detto costellata o disseminata. E nemmeno tempestata. Ha scritto lardellata. Un invito alla scacchiera per i palati sopraffini, con un menu che non bada al risparmio e dispensa una carrellata di errori d’alta scuola, che procedono in ordine sparso, dagli albori di Steinitz al regno odierno di Anand. E si badi bene, il libro non si compiace mai della scivolata sulla buccia di banana, non scade nella comicità di grana grossa, nel dileggio sacrilego e blasfemo di falsi miti. Tutt’altro: qua gli errori sfilano come esempi di comédie humaine che tutti affratellano, in un tributo alla complessità degli scacchi, “gioco ingovernabile”, incapace di essere dominato del tutto. Ed ecco che la Signora Fortuna fa capolino per baciare in fronte sempre il più forte; chiedere conferma a Capablanca, o pensare ai rovesci subiti in carriera, quando eravamo ad un passo dall’agognato traguardo ed invece abbiamo inciampato, per finire nella polvere delle occasioni perdute.
“È successo a tutti noi. Almeno una volta. E ci ha fatto male. Abbiamo giocato contro qualcuno più quotato, abbiamo dato il massimo, abbiamo costruito con sapienza una posizione superiore. Potevamo vincere. Dovevamo vincere. Ma abbiamo perso. Senza nemmeno sapere come. Senza nemmeno capire dove abbiamo sbagliato.”
Perché Barletta non scrive in prima o terza persona singolare. Usa il noi. Ma non lo fa in nome della latina maiestas o per riecheggiare slogan marziali da nostalgici dell’Italietta, no di certo: quel noi è al contrario sincera modestia e compartecipazione delle umane disgrazie scacchistiche, nella disperata ricerca alchimistica della prima mossa migliore in assoluto, come nella tragedia senza pari dell’abbandono prematuro. Scacchi rotondi come palloni, come punti interrogativi, come zeri sul tabellone.
Pure noi compartecipiamo, noi che da sempre usiamo il “noi”, noi che come l’autore ancora abbiamo Fritz 10, perché sì certamente ci sono programmi più forti, ma a noi tanto basta. Mai “Premio Zichichi” ci è parso più adeguato, poiché Barletta, giornalista di professione e Maestro di scacchi, dimostra come sia possibile coniugare bella prosa e nobil giuoco. Una volta per tutte.
Da non perdere. Perché forse ci basta pareggiare.
Riccardo Del Dotto