Prima parte
Questo è un racconto davvero singolare. Il commissario Marco Tanzini di Siena ha novant’anni con un “piede e tre quarti nella tomba”. Prima di tirare il calzino vuole raccontare una storia di casi raccapriccianti che gli sono capitati nella sua lunga carriera di piedipiatti. Una serie di morti assassinati nella sua città e dintorni che non sembrano collegati da nessun filo logico. Hanno, però, due aspetti in comune: tutti in qualche modo se ne sono volati via dalla terra per colpa di qualche pianta velenosa dal nome piuttosto eccentrico ed hanno stretti in una mano, sinistra e destra alternate, alcuni pezzi degli scacchi: un pedone nero, uno bianco, un Cavallo, un Alfiere e così via. Un mistero che verrà scoperto con una di quelle felici intuizioni che capitano ogni tanto nella vita. Il vecchietto, tuttavia, non si limita solo a raccontare (con un certo sforzo e lacune temporali) la sua storia, ma svela anche qualche aspetto peculiare della nostra società e della vita di tutti i giorni. Un lungo racconto ironico, spero divertente, che non manca di prendere in giro anche la realtà politica ed i suoi principali rappresentanti.
P.S. Ho scritto questo “particolare” gialletto molto tempo fa per cui la situazione politica oggi è cambiata.
DELITTI INCROCIATI
1) Un cadavere ad Ampugnano
Quando si ha novanta anni e un piede e tre quarti nella tomba non si tengono peli sulla lingua. Da giovani si sta più attenti a esprimere le nostre idee, a formulare certi giudizi, si hanno certi timori, certe remore che tendono a scomparire con l’età. Ho deciso di dire tutto, ma proprio tutto su quegli stramaledetti casi che mi sono capitati precisamente…precisamente…tanti anni fa e sulle persone che in essi furono coinvolte. L’anno preciso non lo ricordo, non ricordo nemmeno se in questo momento siamo nel duemila venti o trenta, ma ho bene in mente che era un’estate bestiale, un caldo da far paura agli africani. Nonostante tutto nessuno si sarebbe immaginato la caterva di morti piombata in rapida successione nella mia città e nelle sue vicinanze. Senza che c’entrasse un fico secco il solleone che, a dir la verità, mandò all’altro mondo un buon numero di vecchietti del nostro paese. Vi racconto quello che mi è successo, così, secondo i ricordi che si affollano nella mia mente, senza far tanto caso alla cronologia né ad un filo logico preciso, che tanto a questa età non ne sarei capace. La mia città è Siena ed io ne ero, allora, il suo commissario di polizia. Marco Tanzini, per essere più precisi, se la memoria non mi inganna…La memoria è una brutta bestia, ti fa fare delle figure cacine soprattutto coi figli e coi nipoti. Per fortuna, o per sfortuna, io non ho moglie, né figli, né nipoti e quindi le figure le faccio solo con me stesso. E riesco anche a prendermi in giro. Però gli avvenimenti di quella rovente estate sono qui nella mia testa. Almeno mi sembra. Tutto cominciò…cominciò con una telefonata nel mio ufficio, mentre ero intento a sbrigare le solite pratiche burocratiche che incitavano allo sbadiglio.
“Pronto, commissà, pronto…”
“Pronto, chi fu?”. Mi piace scherzare, è uno dei miei pochi lati positivi. Avevo riconosciuto dal taglio del sostantivo e dal timbro di voce l’appuntato Esposito Scarchili di pura, anzi purissima razza siciliana. Un giovane sveglio ma refrattario alla lingua patria.
“Sogno…”
“O son desto?”.
“Non mi sfotta, commissà. Cà simo in uno brutto affare…”
“Che ti è successo, ti ha lasciato la fidanzata?”
“No…no…non ci sta da scherzare. Io e Lorenzo…”
“Il Betti?”.
“Sì, sì, io e Lorenzo eravamo di pattuglia, quando…”
“Non me la fare lunga Esposito”.
“Le passo il Betti, lui è più…è più…”.
“Passamelo”.
“Commissario, siamo qui in un bosco vicino all’aereoporto di Ampugnano. C’è una ragazza morta, e a me mi pare assassinata”.
“Accidenti!”.
Una esclamazione che voleva dire due cose: un accidenti per la fine della povera ragazza e uno per le ferie che se ne andavano a farsi fottere. In ogni fatto umano c’è sempre qualcosa di umano, appunto, e qualcosa di egoistico che fa sempre capolino. Alla vista del cadavere rimase il primo e se ne volò via il secondo. La ragazza era veramente una bella ragazza sui venti anni, dai capelli scuri e dal corpo ben proporzionato, tutta distesa sull’erba come se dormisse. Nulla lasciava trapelare il suo tragico destino, se non una riga bluastra intorno al collo. Per il resto aveva una espressione quasi serena. Le braccia erano ripiegate accuratamente sul petto, la mano destra aperta e l’altra chiusa.
“Allora Betti, raccontami questa scoperta”.
“Niente, commissario, eravamo di pattuglia da queste parti quando a Esposito scappa un bisognino. Ci fermiamo sulla strada e lui prende questo viottolo che porta nel bosco. Io aspetto un po’ quando lui mi ritorna di corsa con il viso sbiancato da far paura. Che fai, gli dico, hai visto uno con la lupara? E lui senza rispondere mi prende per un braccio e mi porta qui. Sembrava dormire, ma poi mi sono avvicinato, ho visto il collo e…”.
“Che ne pensi, Manganelli?”. Manganelli è stato il mio braccio destro per molti anni, un tipo più o meno sveglio, voglio dire che ora ci dava e ora non ci dava, con il quale mi piaceva scherzare e con il quale ho avuto anche qualche battibecco, sempre, però, con reciproco rispetto. Tra l’altro lui accettava che gli dessi del tu, mentre a me ha dato sempre del lei. Con il passare del tempo aveva messo su una bella pancetta che spesso cercava di nascondere trattenendo il respiro, soprattutto quando era in presenza di una bella figliola, il che causava un rossore sempre più acceso alle guance. Era nello stesso tempo buffo e simpatico di natura.
“Penso che è una brutta fine per questa povera ragazza”.
“Ma a parte questa riflessione del tutto originale…”.
“Non sarà originale ma sincera e doverosa”.
“…ma anche sincera e doverosa, dico cosa ne pensi così d’impatto di questo che pare proprio un omicidio”.
“C’è qualcosa di strano”.
“Butta fuori”.
“Primo punto:un omicidio così vicino alla strada principale non ce lo vedo”.
“Continua che mi piaci”.
“Punto due:la posizione della ragazza”.
“Che ha di speciale questa posizione?”
“Ma commissario, via, lo vedrebbe anche un cieco. Tutta bella distesa con le gambe unite, i capelli composti, le braccia conserte…Nessun segno di lotta, di difesa, eppure la ragazza non pare fragilina…”.
“E dunque?”
“Dunque, cosa?”
“Cosa ne deduce il mio fine argomentatore da tutto questo?”.
“Questa volta non mi è andata male”.
“E che c’entra?”.
“No, mi riferivo al fine…a quello lì, insomma…”. Gli lanciai la solita occhiata.
“Cosa ne deduco, cosa ne deduco, che l’assassino era il suo amichetto con il quale stavano coccolandosi, lei era tranquillamente sdraiata, lui era pronto a baciarla quando un raptus omicida…”
“Un raptus omicida prende a me se tiri fuori certe corbellerie. Per terra si vedono chiare delle impronte di gomme e sullo spiazzo erboso dove è la ragazza non vedo segni di lotte amorose. Ai lati del corpo l’erba è bella ritta, o sbaglio?”.
“Direi che non sbaglia. Ma allora, commissario, qualcuno l’ha portata qui bell’e morta”.
“Lo vedi che se ti impegni ci arrivi? E l’ha trascinata dalla macchina fino a questo punto, come dimostra la scia sull’erba”.
“E’ vero”.
E allora cosa devi fare?”.
“Come al solito cerco di sapere chi è, anzi chi era questa ragazza…”
“Bene”.
“Poi faccio venire il medico legale e quelli della scientifica per studiare accuratamente la scena del crimine”.
“Perfetto. Ma prima…”.
“Ma prima, ma prima…commissario un aiutino…”.
“Ma prima diamo un’occhiata a quella mano sinistra…”.
“…a quella mano sinistra che, a differenza della destra, è chiusa”.
“Ottimo spirito di osservazione”.
“Lo faccio io, commissario. Ecco fatto. Guardi un po’ che cosa aveva nella mano”.
“Che cosa?”.
“Una pedina bianca degli scacchi”.
“Vorrai dire un pedone…”.
“Una pedina o un pedone fa lo stesso…”.
“Ancora???”.
Per spiegare il senso di questa mia esternazione occorre ricordare che gli scacchi erano già entrati di prepotenza in due storie criminali precedenti che mi avevano tormentato non poco, che anche il sottoscritto conosce sia questo giuoco e anche diversi suoi più o meno abili praticanti che sogliono ritrovarsi presso il CRAL del Monte dei Paschi di Siena. Un’altra brutta vicenda che avesse un rapporto con il cosiddetto nobile giuoco mi avrebbe ingrugnito e incarognito.
“Così sembra”.
“E che c’entra questo stramaledetto pedone con questa storia ancor più stramaledetta! Dimmelo un po’ tu, Manganelli!” gridai con gli occhi che da celesti dovettero diventare verdi come il mare in tempesta.
“Commissario non se la prenda con me. Può essere una specie di firma dell’assassino come lo è stato in quel caso…si ricorda?”.
“Lasciamo in pace i ricordi del passato, Manganelli, che il presente ci basta e avanza!”.
“Lo lascio in pace. Dico che la pedina…”.
“Il pedone”.
“Insomma quello lì può significare una specie di sfida, come per dire ora che vi ho lasciato un segnale trovatemi, se ci riuscite”.
“Mmmmm…ci sta. Dunque è quasi mezzogiorno. Facciamo così. Scatta alcune foto della ragazza, un paio da vicino che si veda bene il volto, me le dai, andiamo a mangiare, poi io faccio una giratina nel ritrovo dei miei amici scacchisti, mentre tu cerchi di sapere chi è la ragazza e in serata, dico in serata, mi ascolti?”.
“A tutto campo”.
“A tutto che?”.
“La ascolto”.
“Dico, in serata fai venire nel mio ufficio sia il medico legale che il capo della scientifica. Voglio sapere tutto, ma proprio tutto di quello che hanno scoperto”.
“Ma…in una sola serata…come faranno a…”.
“Che si sbrighino, Manganelli, e che si arrangino”.
“Allora riferisco che…”
“Si sbrighino”.
“…che si sbrighino e che…”
“Si arrangino”.
“…si arrangino”.
“Un posto nella polizia non è un posto da fannulloni. Sarò lì ad aspettarli. Ora andiamocene a casa”.
2) Giulia, Silvestri e i giocatori di scacchi
Come ho detto, e se non l’ho detto lo dico ora, in quel momento non avevo, perché non l’ho mai avuta, moglie né figli, che potevo anche avere senza bisogno di sposarmi, e neppure mamma e papà che se ne erano andati da un pezzo. Ma avevo Giulia che riempiva lo stesso la mia vita. Giulia era una gioviale signora matura dall’aspetto rotondo che mi metteva a posto la casa e mi teneva perfettamente al corrente di tutti gli eventi della sua prolifica famiglia e, quando questi non bastavano, sapeva ampliare il discorso anche a quelli dei vicini e via via ad altri di interesse nazionale e talora anche internazionale. Una fonte inesauribile di fresche notizie che mi arrivavano tutte insieme da una cannella perennemente aperta. In più c’era in lei quel senso materno che la induceva a trattarmi come un bambino. Con gentilezza e rispetto perché io ero pur sempre un dottore, anche se non mi ero mai laureato. Ma questa è un’altra faccenda.
“Buongiorno, dottore, come va?”.
“Come va, come va Giulia, andava meglio ieri”.
“O che è successo da turbarla in questo modo? Ora che la guardo più da vicino ha una faccia che gli casca il mento per terra”.
“Sa che non voglio parlare di lavoro a casa, ma è successo un altro caso particolare…”.
“Un attentato”.
“Ma no”.
“Meno male, sembra che ora vadano di moda. Io mi ammazzo, ma ammazzo pure te. Che gente!”.
“Ma no, ma no, lasciamo perdere. Vado a lavarmi le mani”.
“Come vuole. Ma sì, parliamo d’altro. Vuole sapere che cosa le ho preparato?”.
“Preferisco la sorpresa”.
“E’ già in tavola. Venga che si fredda”.
“Accidenti! Questa sì che mi rimette al mondo! Dal profumo direi che sono spaghetti ai funghi porcini”.
“Si vede che ha buon naso. Mangi che si sentirà meglio, mentre io lo tengo aggiornato sulle mie storie che le stanno tanto a cuore”.
“Che mi stanno?”.
“Che le stanno a cuore, dottore, me l’ha detto lei qualche giorno fa, quando le ho parlato di mia cognata Luigina, ma poi non ho finito…se la ricorda?”.
“In questo momento ho come un vuoto di memoria, lei mi capisce…”.
“La capisco, la capisco ma il vuoto di memoria glielo riempio io. Dunque mia cognata Luigina, come le dicevo…quella morettina vispa…una volta è venuta a trovarmi anche qui, se la ricorda?”.
”Aridagliela. Le ho già detto che ho come un vuoto…”.
“Due occhioni neri, anche troppo grandi per il mio gusto, un faccino malizioso…”.
“…di memoria”.
“Insomma quella lì che sa fare tutto e vuole tutto e cìcìcì e ciàciàcià…”.
“Cosa?”.
“Suvvia, dottore, non mi caschi dalle nuvole. Lei che ha studiato non mi vorrà dire che non sa cosa significhi cìcìcì e ciàciàcià”.
“No, almeno che non sia il nome di un nuovo ballo sudamericano”.
“E cicìcì e ciàciàcià, una che si dà le arie, che parla, parla e parla solo per il gusto di sentire la sua voce. Insomma vuole prendere la patente quando non sa guidare nemmeno i carrelli della spesa. Se la immagina, lei, a guidare una macchina!”.
“Le ho già detto…”.
“Uffà, però, con lei non c’è da farci un discorso. Dove ero rimasta…”.
“Ai carrelli, questo me lo ricordo”.
“Ah, sì…dunque il marito, conoscendola bene, si oppone ma lei la spunta, indovini come?”.
“O sora Giulia, ora glielo dico alla toscana…”.
“Con uno sciopero”.
“Con uno sciopero? Questa è bellina. Che ha smesso di fargli la pappa?”.
“No, ha smesso di fare all’amore”.
“Porc… Non me l’aspettavo. Credevo che questo tipo di sciopero colpisse solo quelli che non lavorano, come ci ha insegnato Celentano”.
“Aspetti, non è mica finita qui…”.
Giulia era una brava donna, una esperta cuoca e aveva tanti altri pregi, per carità, ma quando incominciava a parlare non la finiva più e allora io di tanto in tanto accennavo di sì con la testa come se la stessi ad ascoltare fino a quando il pranzo era terminato e lei finiva le sue straordinarie avventure con un “Allora, come le è sembrato?” a cui rispondevo immancabilmente con un istintivo“Eccellente!” che poteva andar bene sia per il pranzo che per l’interminabile racconto. Dopodiché me ne scivolavo nel mio studio, mi prendevo un buon caffè all’uopo preparato, mi accendevo un sigarello di quelli stretti e lunghi che avevano sempre colpito la mia fantasia di ragazzo e mi mettevo a gironzolare intorno alla mia biblioteca che era ben fornita e che mi era di molta compagnia. Qui, però, bisogna tirar fuori un tarlo che mi rode da un bel po’ di tempo e che mette in causa i mi babbo detta alla toscana, l’avrò già detto mille volte ma lo ridico, un testone di quelli…Insomma io ho avuto sempre una predisposizione per la letteratura, mi piaceva leggere e scrivere, ho fatto le superiori, mi sono iscritto all’Università. Quello era il mio sogno…ma c’era anche bisogno di lavorare e questo benedetto genitore, la mamma no perché era sempre dalla mia parte, mi ha costretto a lasciare gli studi e ad entrare nella polizia. Lui era già brigadiere a Poggibonsi, aveva delle conoscenze e batti e ribatti mi convinse, oggi direi forzò, a prendere quella decisione. Ma l’amore verso i libri è rimasto e piano piano mi sono costruito una discreta biblioteca, tutta bene organizzata con i libri catalogati uno per uno che è un piacere vederli. La mia prima passione sono stati i gialli, non tanto quelli tutto scazzottate, violenze, inseguimenti, all’americana, insomma per intenderci, o i noir patologici dove chi è più sano ha una demenza senile conclamata, ma quelli dove conta il lavorio delle cellule grigie, dove la scena si svolge in un piccolo paese lindo e pulito e il massimo evento di crudeltà è schiacciare le formiche mentre si cammina. Insieme ai gialli sono poi venuti i testi umoristici perché il riso fa sempre bene e via via tutti gli altri, tra i quali anche quelli di scacchi da quando avevo imparato questo stramaledetto gioco durante il primo caso del cavalier Pelosi trovato una sera morto stecchito proprio al circolo di scacchi. E dire che agli inizi, quando sono arrivato a Siena, mi lamentavo che lì non succedeva mai niente di particolarmente eccitante! Ma sulla mia biblioteca non la faccio lunga ora, perché ci ritorno di sicuro. Dunque, dicevo, stavo puntando qualche libro come un cane da tartufo, quando ti arriva la telefonata. Non una telefonata, badate bene, ma la telefonata che io immediatamente capivo dal momento sbagliato in cui veniva fatta e dal trillo nervoso del telefono.
“Pronto, commissario?”.
“Insomma…”.
“Pronto, commissario, mi riconosce?”.
“Mi faccia pensare. Lei dovrebbe essere il procuratore Silvestri. Ci ho azzeccato, come direbbe il buon Di Pietro?”.
“Ah, bene, non capivo quell’insomma, ma penso che sia una delle sue solite battute”.
Due parole sul procuratore Silvestri bisogna che ve le dica. Ho già detto che ho novanta anni ed un piede nella tomba. Dunque sarò sincero. Mi servo di due o tre metafore per fare più presto. Una piattola, una rogna, un gatto attaccato ai coglioni che veniva a stuzzicarmi nei momenti più inopportuni. Sempre al telefono. Mai che l’abbia visto, che so, nel mio ufficio o nel suo, o meglio ancora sul luogo del delitto. Per una ragione o l’altra non poteva venire e mi perseguitava con questo aggeggio diabolico e mi spingeva a fare presto, a risolvere il caso alla svelta per il buon nome di Siena, della città del Palio che tutti ci invidiavano. E immancabilmente finiva l’intervento buttando giù il ricevitore senza nemmeno un saluto o un semplice arrivederci.
“Dunque, commissario, ho saputo di questo nuovo caso increscioso, incresciosissimo, che ha colpito ancora una volta la nostra stupenda città…”.
“Purtroppo…”.
“E lei mi sa dire solo purtroppo?”.
“Ma, vede, in questo momento, con il pranzo sullo stomaco…”.
“Ma lasci stare le sue egoistiche situazioni personali e metta subito in moto il cervello!”.
“Senza avere digerito il cervello non ha poi tanta voglia di mettersi in moto e non mi pare che l’avere mangiato rientri nella categoria delle situazioni egoistiche personali”.
“Oh, non me la faccia lunga con i soliti distinguo, via quel purtroppo che mi fa orrore e si metta subito al lavoro. Intanto, chi è la ragazza uccisa? Perché mi hanno detto che si tratta di una ragazza”.
“Procuratore, la ragazza è stata ritrovata solo qualche ora fa. Stasera inizieremo le indagini e vedremo...”.
“Ma che stasera e stasera, si butti fuori dal letto…”.
“Sono solo nel mio studio…”.
“Insomma esca dal suo studio e mi cerchi questo nuovo assassino che, a quanto pare, ha ancora a che fare con la combriccola degli scacchisti di cui, non lo neghi, anche lei fa parte”.
“Non ho nulla da negare e niente da nascondere”.
“Quella è una setta…”.
“Ma no, guardi, lasciamo stare le sette che mi ricordano un altro caso, quello di Rosia…”.
“Già, anche quella volta…Insomma, le ripeto, si dia una mossa e mi faccia pervenire al più presto nel mio ufficio un resoconto dettagliato delle indagini”. E come al solito buttò giù il ricevitore senza aspettare risposta e salutare. Naturalmente non pensai nemmeno per un momento a darmi una mossa come aveva ordinato il nostro caro Silvestri, ma mi spaparacchiai sulla poltrona vellutata a farmi una pennichella. I problemi nella vita vanno affrontati con calma. Mai di fretta. La gatta frettolosa fa i gattini ciechi diceva la mia povera nonna, che non aveva mai messo piede in una scuola ma aveva più cervello di tante diplomate del giorno d’oggi. La pennichella ebbe il suo bell’effetto. Al risveglio mi sentii più in forma. Si fa per dire perché, lo ripeto, era un caldo asfissiante. Nonostante questo, o forse proprio per questo, ero piuttosto agitato, sia per quell’accidente di caso cadutomi fra capo e collo, sia perché…perché mi dovevo lavare, cioè farmi una doccia, vestire, o meglio rivestire di nuovo. E qui viene in ballo la mia povera mamma che il Signore l’abbia in gloria. Una donna meravigliosa, si sa, era la mia mamma, ma con un piccolo, devastante difetto. Teneva in modo ferreo, intransigente alla forma. In poche parole fin da piccolo, quando arrivai all’età giusta, mi abituò a vestire in tutte le sante stagioni, con giacca e cravatta. All’inizio recalcitrai ma poi dovetti dargliela vinta e finii per diventare io stesso schiavo di questa funesta tradizione. Però nel male c’è sempre un piccolo spazio per il bene. Comprando cravatte incominciai a conoscere le differenze di qualità, a valutarne il tessuto e i colori. Ne divenni un esperto e finii per farne collezione. Ne avevo un armadio tutto pieno e alcune me le ritrovavo perfino nei cassetti, tanto che mi era sorto il dubbio che potessero prolificare. Di ogni tipo, tutte sfavillanti che sembravano farfalle. Dunque anche quella sera dovetti sceglierne una che era pur bella ma che non favoriva certo la traspirazione. Tuttavia faceva talmente caldo che, quando uscii in strada per avviarmi verso il CRAL del Monte dei Paschi, dove era ubicato il circolo degli scacchi, dovetti togliermi la giacca e allentare il nodo della cravatta, lanciando uno sguardo tra l’implorante e l’insofferente verso il cielo come per dire “Ovvia, mamma…”.
Al CRAL mi sentii un po’ sollevato, dato che c’era l’aria condizionata e potei rimettermi la giacca.
“Qual buon vento la porta, commissario…” iniziò il barista appena mi vide.
“A dir la verità di vento ne vedo poco in giro. E poi anche se ci fosse non sarebbe un buon vento”.
“Perché, che cosa è successo?”
“Ci risiamo “.
“Non mi dica, commissario, che…che… ancora una volta c’è stato qualche brutto affare a Siena”.
“Non proprio, ma vicino”.
“Un omicidio?”.
“Così pare”.
“L’ho sempre detto io. Da quando sono arrivati da noi albanesi, rumeni e ora cinesi e giapponesi…”.
“E russi, polacchi, sloveni, marocchini, egiziani…”.
“Anche lei la pensa come me?”.
“A Lorè che dai i numeri? Non ti ricordi di quando noi dovevamo andare in giro per il mondo con le valigie di cartone tenute insieme con lo spago?”.
“Beh, questo è vero, però…”.
“Però, però…lasciamo stare. L’hai mai vista questa? Voglio dire l’hai mai vista entrare al circolo?” e gli misi sotto gli occhi le foto della povera ragazza. Lorenzo le guardò con attenzione.
“Non mi pare, commissario. Direi di no, proprio di no”.
“Allora dammi una Tassoni che mi rinfresco. C’è nessuno nella stanza dei fissati?”.
“Vuole dire dei giocatori di scacchi?”.
“Quelli lì”.
“Eccome se ci sono. E se le stanno dando di santa ragione”.
“Sono arrivati a questo punto?”.
“No, volevo dire che stanno giocando con una certa, come dire, passione”.
I giocatori di scacchi sono sempre passionali….soprattutto quando giocano a blitz. Trattasi di un incontro veloce, di cinque minuti a disposizione per ogni giocatore. Uno muove i pedoni o i pezzi sulla scacchiera e dopo ogni mossa con un semplice colpetto sull’orologio dell’avversario fa scattare il suo tempo a disposizione e viceversa. All’inizio i movimenti sono leggeri e vellutati ma piano piano diventano frenetici e incontrollati. Alla fine i poveri segnatempo si devono sorbire delle vere e proprie mazzate da esseri che hanno ben poco di umano. Inevitabili le diatribe anche se durante il gioco non si dovrebbe aprire bocca. Hai toccato prima il Cavallo, lo devi muovere…Ma che dici, non l’ho neppure sfiorato. Tu, invece, tocchi sempre qualche pezzo e poi non lo muovi…Non puoi mangiarmi il Re! Non esiste…Sì che posso! A blitz c’è questa regola, se non la sai, studiala.…E’ vero, ragazzi?…Ti è cascata la bandierina…No, prima a te…A me? Ma se te l’ho detto prima io che ti è cascata…Ma che c’entra…Ho vinto per il tempo…Un fico secco, ho vinto io…Ma falla finita. Non giochi un c….! Quando perdi cominci ad offendere…Perché te sei carino! E’ in una atmosfera simile inframezzata da simili discorsi che misi piede nella stanza riservata agli eletti, si fa per dire, di Caissa. La mia entrata non fece alcuna impressione tanto erano presi a muovere freneticamente Pedoni, Re, Regine, Torri, Alfieri e Cavalli. Alla fine della partita, però, tutti si voltarono verso di me.
”Commissario, qual buon vento…”.
“Anche voi! Non mi porta nessun vento, massimamente buono. Magari ci fosse un po’ di vento! Con questa afa beato chi respira”.
“Poi, lei, via…in giacca e cravatta!”.
“Non mi rammentate questa autoflagellazione. Ognuno ha i suoi problemi…Ma veniamo a noi…”.
“Commissario…dalla faccia… non ci dica che ce n’è una nuova perché non ci crediamo”.
“Allora, vorrei che uno per uno veniste qui a questo tavolo che vi devo far vedere una fotografia. Uno per uno, ripeto. La cosa è seria e quindi rispondetemi dopo avere guardato attentamente”.
Tutti guardarono attentamente ma nessuno riconobbe la poveretta.
3) Prime scoperte
Avere insieme tre persone riunite nel mio ufficio come Manganelli, Serbelloni e Rinesi era da comica. Due che non parlavano e dovevano parlare e uno che parlava anche troppo quando, magari, doveva stare zitto.
“Bene, bene, bene eccoci ancora una volta riuniti per cercare di risolvere anche questo caso…”.
“E lei che si lamentava che a Siena e dintorni non succedeva mai nulla di eclatante!”
“Manganelli, non è il momento di sottolineare…Non credo che il Signore, o chi per lui, abbia fatto uccidere alcune persone per farmi contento”.
“No, però…”
“A Manganè, diamoci un taglio”.
“Diamocelo”.
“Anche perché questa povera ragazza merita un discorso serio. A proposito, hai saputo chi è?”.
Manganelli fece il solito sorrisetto furbastro seguito da una spallucciata come per dire “E c’è bisogno di chiederlo?”.
“Commissario, lei mi sottovaluta”.
“No, no io ti considero proprio quello che sei, stai tranquillo. Tira fuori il rospo e falla meno lunga”.
“La povera ragazza è, anzi era, Maria Esposito di ventidue anni, abitante a Siena in via Petrucci 4”.
“Bel colpo. E come hai fatto…”.
“Mi permetta di mantenere il segreto. Ho i miei mezzi di ricerca personali che vorrei tenere ben custoditi”.
“Non è che per caso questi mezzi di ricerca personali si siano avvalsi di una telefonata che i genitori della ragazza in questione hanno fatto alla polizia non vedendola tornare a casa? La butto lì, tanto per indovinare”. Il volto di Manganelli si cosparse di un omogeneo rossore.
“Beh, non è proprio così..ma, insomma…andiamo al sodo, commissario”.
“Andiamoci”.
“La ragazza è figlia unica di genitori provenienti da Napoli, aveva diciotto anni e frequentava l’Università di Siena. Una brava ragazza, studiosa, senza grilli per la testa, aveva il suo moroso come hanno tutte le ragazze di quella età ma senza nulla di serio. Almeno per il momento”.
“Hai parlato con i genitori?”.
“Solo con la madre per telefono. Pensavo che ci volesse parlare di persona”.
“Hai fatto bene. Ci andremo dopo avere fatto quattro chiacchiere anche con i miei devoti esperti della scientifica”. A sentire quattro chiacchiere i due incominciarono ad agitarsi, perché per loro erano già tante due parole. Non ho mai trovato nella mia lunga vita persone così diverse nel fisico ma spiccicate identiche nell’essere restie a tirar fuori il fiato di bocca per esternare le loro idee. Per carità brave persone, seri professionisti, il Serbelloni medico legale e il Rinesi esperto, espertissimo della scientifica. Studiosi e sinceramente attaccati al lavoro. Niente da dire sui loro rapporti estremamente dettagliati, precisi e scritti, tra l’altro, in buon italiano. Il che non guasta. Il guaio veniva durante il passaggio dalla parola scritta a quella orale, e per tirargli fuori una sola frase c’era da sudare come i dentisti. Mi guardarono con sospetto.
“Calma, ragazzi, non c’è nulla da temere. Dovete solo farmi edotto delle vostre scoperte. Chi per primo vuole incominciare?”. Mai domanda ebbe effetto più negativo.
“Visto che tutti e due non vedete l’ora di aprire bocca decido io chi incomincia per primo. La parola al nostro medico legale Serbelloni”. Il quale Serbelloni, si asciugò il volto con le sue manine paffute , si sistemò meglio sulla sedia che conteneva a malapena una parte del suo posteriore, sbuffò due o tre volte e alla fine incominciò, mentre tutti eravamo fissati su di lui come fosse la Sibilla Cumana “Non ho avuto molto tempo per esaminare accuratamente il cadavere, ma posso dire con una certa dose di certezza che la ragazza è morta per strangolamento tra le dieci e le undici di questa mattina”. Detto questo sbuffò di nuovo e smise di parlare.
“La ringrazio per lo sforzo che ha fatto, ma, dico io, qualche altra notizia non guasterebbe. Per esempio, si sono notati altri segni di violenza sul corpo?”.
“No, ma c’è un altro particolare”.
“E che aspetta a dircelo!”.
“Ecco, prima di morire strangolata, con una certa difficoltà, tra l’altro…”.
“Come sarebbe a dire?”.
“Sarebbe a dire che l’assassino ha dovuto stringere ripetutamente il collo per ottenere il suo scopo. I segni lo dimostrano in maniera inequivocabile”.
“Passiamo al particolare di prima”.
“Bene, prima di essere strangolata la ragazza deve avere preso qualcosa che l’ha fatta addormentare”. A questo punto Serbelloni tirò fuori un fazzolettone bianco con il quale incominciò a tergersi la fronte che incominciava a colare. Siccome la cosa andava per le lunghe…
“Per caso vuole farsi anche una doccia, Serbelloni?” ringhiò Manganelli.
“Dai primi accertamenti, che controlleremo ancora, sembra che abbia fumato una buona dose di Rutella-cannabis, un oppiaceo che serve a rilassare il sistema nervoso. Se preso a dosi massicce porta ad un sonno profondo”.
“Uno spinello, insomma…”
“Più che uno spinello. La Rutella non scherza. Ti addormenta in un batter d’occhio”.
Accidenti! Non vi è altra traccia lasciata dall’assassino, maschio o femmina che sia?”.
“Nessuna”.
“Quindi si presume che portasse dei guanti”.
“Esatto”.
Non c’era nulla da fare. Il Serbelloni era così. O prendere o lasciare. L’unica cosa ragionevole era lasciarlo libero e leggere attentamente il suo referto.
“Allora, Serbelloni, se non c’è altro…” Il Serbelloni strinse la bocca e scosse le guance paffute.
“…può andare”. Il Serbelloni si alzò a fatica emettendo un gemito soffocato che voleva essere di liberazione, fece una specie di sorriso e se ne andò traballando così come era venuto.
“Bene, ora tocca a lei, Rinesi”.
“Non credo di poter aggiungere molto”.
“Chissà perché, ma questo quasi me lo immaginavo”.
“Nel senso che le cose più importanti le ha riferite il mio collega…”.
“Mi dica quelle più frivole, che ci divertiamo”.
“Le impronte delle gomme appartengono ad una Punto…”.
“Bene…”.
“Male, invece, ce ne sono troppe in giro. Difficile da trovare, anche se le gomme sembrano parecchio consumate. Abbiamo trovato anche delle impronte di scarpe”.
“Questa, almeno, sarà una buona notizia”.
“Non direi”.
“Oltre che parco di parole anche pessimista, eh?”.
“Non è colpa mia se le scarpe erano avvolte da una robusta fascia di nailon”.
“Altro?”.
“Il pedone”.
“Quale pedone?”.
“Il pedone degli scacchi”.
“Già, me ne ero dimenticato. Bravo Rinesi, la mia memoria incomincia a fare cilecca”.
“E’ un pedone in legno di buona fattura”.
“Si può risalire al venditore?”.
“Sarà difficile, è stato fatto a mano”.
“Allora basta fare il giro degli artigiani…”.
“Ho l’impressione che non basti”.
“Un piccolo segno di ottimismo mai, eh!”.
“A naso direi, data qualche imperfezione, che l’assassino se l’è fatto da solo”.
“Allora, purtroppo, viste le dimensioni, ci azzecchi senz’altro. Altro ancora?”.
“Altro”.
E così si concluse il colloquio con Rinesi.
“Che ne pensi, Manganelli?”.
“Un tipo particolare”.
“Non intendevo cosa ne pensi di Rinesi, che ormai conosco a memoria, ma del delitto”.
“Ci sono due cose che mi hanno colpito: la Rutella cannabis e il fatto dei segni alla gola”.
“Spiegati meglio”.
“Questa Rutella cannabis non l’avevo mai sentita nominare”.
“Nemmeno io”.
“Deve essere un nuovo oppiaceo”.
“Mi era venuta voglia di chiederlo a Serbelloni, ma poi ho desistito…”.
“La capisco, lei in fondo ha un cuore tenero. Dicevo questa benedetta Rutella e quei segni alla gola dimostrerebbero che l’assassino o si è divertito a strozzarla più volte così tanto per soddisfazione, oppure non aveva forza. Tutta l’energia l’ha spesa per il trasporto a mano del cadavere dalla macchina al luogo dove lo abbiamo trovato”.
“Mmmm…può essere”.
“Oppure…”.
“Oppure?”.
“Forse si è lasciato prendere dall’emozione…”.
“Dopo una buona una delle tue. Se prima l’ha stordita, o addormentata con uno spinello di quella roba lì, si è messo i guanti alle mani ed ha coperto le scarpe con il nailon, mi sa che non sia un tipo facilmente emozionabile. A me dà l’idea di uno piuttosto freddino”.
“Scherzavo, commissario, scherzavo…Le pare che io possa tirar fuori una congettura di tal genere?”.
“Non mi pare proprio, Manganelli”.
“Appunto”.
“Ne sono convinto”.
4) Il secondo ed il terzo delitto
Le prime scoperte sulla morte della povera Maria furono anche le ultime. Non riuscimmo a trovare nulla di nulla che ci potesse essere di aiuto per le indagini. La ragazza non aveva nemici e il suo fidanzato, l’unico che in qualche modo assai remoto potesse essere sospettato aveva, invece, un alibi di ferro. Come se non bastasse a questo se ne aggiunsero altri due a quindici giorni di distanza l’uno dall’altro. Una vera mazzata. Ve li racconto in maniera succinta, perché se mi ci soffermo troppo, di sicuro mi scoppia un’ ulcera.
Ero in ufficio insieme a Manganelli, mi pare di venerdì del mese di…di…non ricordo bene.., ad interrogare un gruppo di ragazzacci dai quindici ai vent’anni che erano stati sorpresi a bruciare le macchine nella zona di San Prospero della mia città. Un passatempo, come quello di gettare i sassi dai cavalcavia, che allora andava tanto di moda nel nostro paese.
“Chi di voi è il capobanda?”. I delinquentelli si guardarono fra loro accennando ad un tipo dai capelli a spazzola basso e tarchiato che si alzò dalla sedia con un sorrisetto ironico.
“Mi sembra che non abbiate capito dal vostro atteggiamento la gravità della situazione. Tu dunque, saresti il capo di questa combriccola?”. Il ganzetto aprì le mani in segno di assenso facendolo seguire da una sfrontata biascicatura di cilingomma.
“Bene, bene vedo che sei un osso duro. Intanto butta via nel cestino codesta robaccia che hai in bocca”. Il tono non ammetteva repliche. Il capobanda sorrise, dette uno sguardo ai suoi affiliati, poi tolse di bocca la gomma, la mise tra l’indice e il pollice e la scagliò direttamente nel cestino centrandolo in pieno. Poi si dondolò spavaldo sulle anche.
“Bel colpo. Come bello è stato quello di bruciare le macchine. Solo che il primo non vi costa nulla, mentre il secondo vi costa qualche annetto di galera”. Qualche ragazzaccio incominciò a sbiancare, mentre il capello a spazzola sorrise ancora, anche se in maniera meno convincente.
“Tuttavia prima di sbattervi tra le sbarre mi piacerebbe conoscere il motivo di questa bravata. Tu come ti chiami?”.
“Franco”.
“Allora Franco, perché avete bruciato quelle macchine?”.
“Ma…non saprei, per passatempo, la sera ci si annoia, la solita vita, le solite cose. E poi lo avevano già fatto a Roma e a Parigi…”
“Certo, non era bello rimanere indietro. Siena non doveva essere da meno…”.
“Insomma, commissario, per provare qualche emozione”.
“Come sono cambiati i tempi!” intervenne Manganelli che li stava osservando con gli occhi torvi. “Io, quando ero giovane, per avere una sferzata di adrenalina, andavo a rubare le ciliegie. Una volta il contadino mi acciuffò e mi dette una di quelle scariche di legnate…”.
“Manganelli! Ti pare il momento di raccontare le tue bravate? Qui siamo di fronte ad un fatto grave, gravissimo…”.
“E’ vero, commissario. Ma dico, ragazzi, non ve ne rendete conto?”. La frase del mio braccio destro cadde nel vuoto perché proprio in quel momento bussarono con insistenza alla porta.
“Avanti!”.
“Commissario, mi scusi se la interrompo, ma nei giardini di Vico Alto è stato trovato un cadavere”.
La notizia mi colpì come un pugno di Tyson al basso ventre. Non svenni per volontà degli dei e per la prontezza dei riflessi di Manganelli che, nonostante la pinguedine, fu pronto a sorreggermi. Ci recammo nel luogo indicato lasciando la banda dei teppisti sotto la custodia del Pasquini. Arrivammo nella zona suddetta a sirene spiegate come aveva voluto il mio salvatore. D’altra parte ogni tanto bisognava che gli dessi soddisfazione. E l’occasione forse se la meritava. Ad attenderci c’era già un bel capannello di gente curiosa che circondava una panchina vicino alla quale stava per terra un signore. Al nostro arrivo tutti si voltarono verso di noi.
“Largo, largo! Lasciate passare la polizia!” gridò Manganelli con volto accalorato. Poi, rivolgendosi ad altri tre sottoposti che erano venuti con noi, “Tenete lontana la gente, mandatela via. Non vogliamo nessuno intorno”.
“Chi ha scoperto il cadavere?”.
“Manganelli, ti vedo vispo e pimpante e ciò ti fa onore. Ricordati, però che ci sono anche io”.
“Mi scusi, commissario, mi ero lasciato prendere…”.
“Non lasciarti prendere. Calma e sangue freddo. Dunque chi ha scoperto il cadavere?”. Si fece avanti un signore anziano con gli occhiali e dal viso spiccicato a quello di una tartaruga delle Galapagos.
“Io” rispose debolmente, diventando un po’ rosso dall’emozione. “Mi sono avvicinato a questa panchina dove era seduto…era seduto quel signore…Mi scusi…”
“Sono il commissario Marco Tanzini, non si preoccupi, capisco la sua agitazione. Parli con calma. Si prenda tutto il tempo che vuole”.
“Sa, sono vecchio e…”.
“Il commissario ha detto che la capisce, signor…?” chiese Manganelli.
“Mi chiamo Quinto Carlesi”.
“Bene, vada avanti”.
“Dunque…mi sono avvicinato alla panchina dove quel signore sembrava che dormisse ripiegato su se stesso. Mi sono messo a sedere vicino a lui. Poi, appena l’ho toccato con il braccio, è caduto disteso in avanti. Ho come avuto un tuffo al cuore, commissario. Mi è venuta una paura…”.
“La capisco, la capisco…”.
“Il cuore ha incominciato a battermi forte, commissario, lei mi capisce…a questa età…”.
“Il commissario ha già detto che la capisce!” intervenne Manganelli con un tono un po’ alterato.
“Manganelli, lascia stare…”.
“Lascio stare, ma questo insiste…”.
“E’ un povero vecchio. Un po’ di comprensione, via. Senta, signor Quinto, per caso ha visto qualcuno prima di lei seduto su questa panchina, o comunque qualcuno che parlasse con il…insomma con quello che è poi caduto?”.
“No, non mi pare”.
“Ci pensi bene”.
“Il commissario le ha chiesto se ha visto qualcuno prima e non dopo che si è messo a sedere!” urlò quasi Manganelli.
“Via, ora stai esagerando”.
“Commissario, ma questo non capisce…”.
“Vorrei vedere te alla sua età”.
“Intanto ci devo arrivare”.
“Anch’io. Grazie, signor Quinto. Prima di andare via lasci le sue generalità…”.
“Che cosa?”.
“Pensaci te, Manganelli”.
Il cadavere dell’uomo che dai documenti si rivelò essere quello di Luigi Ermini, di anni settanta, abitante in via Sant’Angelo numero 5, era disteso davanti alla panchina con la faccia tesa verso terra. Il commissario lo rivoltò e mise a nudo il volto stropicciato dall’erba con un rigagnolo rosso che partiva dal naso. Evidentemente il colpo dovuto alla caduta aveva aperto qualche piccola ferita. All’infuori di questo particolare niente segni di violenza.
“La morte lo ha colto all’improvviso. Da una parte beato lui…” disse Manganelli
“Dall’altra beato te che giungi subito a conclusioni affrettate. Raccogli quel foglio che sembra l’involucro di una caramella e…e…”.
“Che cosa le prende, commissario?”.
“E…apri la sua mano destra che…”.
“Ha paura che contenga qualcosa?”.
“Lo temo proprio”.
“Ecco fatto. Diciamo che lei è un buon veggente. Glielo dico?”.
“Dimmelo”.
“Nella sua mano destra ho trovato una pedina, o meglio, un pedone nero degli scacchi, commissario”.
Non riferisco i miei commenti per pudore nei vostri confronti. Dico solo che feci arrossire perfino Manganelli. Dall’esame dell’involucro i miei esperti della scientifica arrivarono alla conclusione che esso contenesse una caramella la quale, a sua volta, conteneva un estratto della terribile Infida-mastellaria.
“Infida-mastellaria? Ma che roba è?” chiesi questa volta al nostro stimato Serbelloni.
“E’ una pianta velenosa che si coltiva soprattutto a sud del nostro paese. Essa colpisce la parte destra o sinistra del cuore”.
“Così, a suo piacimento?”.
“Come le torna meglio. La morte è quasi istantanea”.
“Non l’ho mai sentita nominare”.
“Sono piante nuove, moderne, ma terribilmente letali”.
E questo fu tutto, nel senso che non riuscimmo nemmeno questa volta a cavare un ragno dal buco. Ma non era finita lì. Passati più o meno quindici giorni, ecco un’altra tegola in testa. Questa volta non mi trovavo nel mio ufficio, me lo ricordo bene, ma a casa perché era domenica. Tra l’altro mi ero proposto di leggere qualcosa di divertente che mi tirasse un po’ su il morale, ma la mia ricerca si stava facendo vana. Nel senso che nessuna opera umoristica riusciva ad essere ad un livello più alto del mio tragico umore. La telefonata di Manganelli accentuò ancora di più il dislivello.
“Capo…”.
“Quante volte ti ho detto di non chiamarmi capo. E poi ti ricordo che di domenica…”.
“Mi scusi, commissario, ma…ma…”.
“Non mi dire che oltre al cervello ti si è incantata pure la lingua, anche se a pensarci bene non sarebbe un gran danno”.
“Capisco il suo umore e proprio per questo cerco in tutti i modi di essere garbato”.
“A Manganè, se fai così il tuo garbo è peggio di un vaffan….”.
“Ho capito, commissario”.
“Bravo”.
“E’ stato trovato un morto”.
“Un altro?”.
“Un altro”.
“E dove, se è lecito?”.
“Al cinema”.
“Anche i morti hanno diritto al loro passatempo”.
“Vedo che l’ha presa bene”.
“Benissimo. Se fossero stati due l’avrei presa anche meglio”.
“Allora la sua non è lieve ironia ma un duro, feroce sarcasmo…”.
“Dì pure una discreta incazzatura, se il termine non ti fa effetto”.
“Nel modo più as…”.
“Mangané!”.
“Il morto è stato trovato al cinema Luxor”.
“Sarò lì tra un minuto e sarà bene che ci sia anche te”.
Arrivai al cinema che non c’era quasi nessuno. La cosa mi parve strana, ma poco dopo ne capii la ragione dal tipo di film che stavano proiettando. Trovai Manganelli già sul posto.
“Sono già arrivato, come vede”.
“Ti vedo, ti vedo. Allora, sai già cosa è successo?”.
“Credo di sì, mi sono dato subito da fare. Alla fine del primo tempo del film. Vuole sapere il titolo?”.
“Cosa vuoi che mi interessi il titolo, Manganelli. Vai al sodo, non tergiversare”.
“Alla fine del primo tempo del film…”.
“Lo hai già detto”.
“…all’accendersi delle luci in sala un signore di una certa età ha lanciato un urlo. I pochi habitue…”. Gli lanciai un’occhiata decisa.
“…Insomma quelli che di solito vengono a vedere questo genere di film…”.
“Non fare il razzista. Oggi tutti vengono al cinema”.
“Magari con le mogli ed i bambini”.
“Con le mogli ed i bambini”.
“Magari a vedere…a vedere…”.
“A vedere che cosa, Manganelli. Oggi me la fai più lunga di Serbelloni e Rinesi messi insieme. A vedere che cosa?”.
“…A vedere “Il randello dell’avvocato 2””. Rimasi di sasso, il randello mi aveva effettivamente colpito, ma non volli dargliela vinta.
“Ma figurati, con quello che c’è in giro oggigiorno che cosa vuoi che sia il…
“Il ran…”.
“…quello lì…In ogni modo lasciamo perdere…De gustibus…”.
“De che?”.
“Fa niente Manganelli,…Piuttosto c’è ancora chi ha scoperto il cadavere?”. Il mio braccio destro fece un cenno di assenso con la testa.
“Bene, sentiamo che cosa ha da dirci”. Lo “scopritore” era un tipo strano dagli occhiali spessi e dalla faccia mal rasata. Emanava anche un odore particolare che faceva a pugni con il profumo.
“E’ lei quello che si è accorto del cadavere?”.
“Sì, sono io”.
“Ci dica quello che è successo”.
“Era da poco finito il primo tempo di un film che ad essere sincero…”.
“Lasci stare il film che già mi immagino come sia”.
“Dunque si erano accese le luci, quando io mi alzo un po’ per sgranchirmi e girandomi butto lo sguardo su una persona alle mie spalle. E incomincio a gridare”.
“E perché?”.
“Ma perché, perché…lo può vedere anche lei…”.
Vedendolo anche io riuscii a capire la ragione dell’urlo. Il disgraziato era un tal Ferdinando Falugi di sessanta anni, pensionato, abitante in via dei Pellai 3. Era seduto sulla poltrona con le braccia allargate e il viso leggermente rialzato verso l’alto. Quello che mi colpì era l’espressione terrorizzata ed i due occhi che quasi erano usciti dalle loro orbite.
“Un bella vista, non c’è male. Possibile che sia l’effetto del film?” commentò Manganelli. Non era l’effetto del film ma, come ci spiegò più tardi il solito Serbelloni, della Larussitia-horribilis, un’altra pianta velenosa, che aveva mandato il Falugi all’altro mondo tra le diciotto e trenta e le diciannove, per mezzo di una caramella il cui involucro era stato rinvenuto ai piedi del medesimo.
“Ancora una caramella?”.
“Purtroppo, ancora”.
“Ma siamo sicuri?”. Il Serbelloni non rispose, ma arrossì lievemente.
“Facevo così per dire. E questa volta qual è l’effetto di questa Larussa…?”.
“Larussitia”.
“Di quella lì”.
“Colpisce il nervo ottico e provoca un collasso nervoso”.
“Come se si vedesse il diavolo in persona?”.
“Più o meno, o forse più”.
Rutella, mastellaria, larussitia… ma…ma questi nomi latinizzati derivano dai nostri uomini politici. O sbaglio?”.
“Non sbaglia”.
“Ma perché questa scelta così inusuale?”.
“Perché questi nomi danno proprio l’idea degli effetti che possono provocare i veleni”.
“Porc…la spiegazione non fa una grinza”.
Nessuno degli habitue, come diceva il Manganelli, che erano presenti alla proiezione, riuscì a fornirci una pur misera indicazione sulla persona che, in qualche modo, si era avvicinata al povero Falugi. Il fatto, poi, che si fosse trovato un Cavallo bianco stretto nella sua mano sinistra, ad eccezione di una acuta diarrea al sottoscritto, non fornì nessun aiuto alle indagini. A questo punto decisi di andare dal dottore.
5) Dal dottore
In vita mia sarò andato dal dottore un paio di volte. La prima perché da ragazzo mi spaccai una gamba cascando da un albero di susine che aveva attirato fortemente la mia attenzione, la seconda quando dovettero farmi la visita per il servizio militare. Poi non ricordo facce di dottori. Ma in quel periodo feci ammenda di tutte le volte che non c’ero stato. Quei casi irrisolti mi avevano procurato tutte le malattie del corpo umano. In modo particolare quelle inerenti al sistema nervoso. Andare dal medico non sarebbe nulla se non ci fosse da aspettare. Da aspettare in un lungo corridoio affollato di pazienti che altro non fanno che parlare di malattie. Quelle loro, quelle di parenti e degli amici vicini e lontani. Un vero sollucchero.
“Come va Angiolina? E’ tanto che non ti vedevo”.
“Come va, come va…da vecchiarelli. Si tira avanti…”.
“O che hai?”.
“Che ho…che ho…Mi fa sempre male la testa, mi prendono i capogiri che non sto in piedi”.
“E i che ti ha detto i dottore?”.
“Che m’ha detto…che m’ha detto…La voi sape una ‘osa”.
“E dimmela”.
“Anche loro in certe malattie, un ci capiscano nulla. Sarà la circolazione, sarà questo, sarà quest’altro. Intanto io mi tengo i mal di testa e casco per terra”.
“Ovvia, un ti butta’ giù. Prova a and’ da i dottor Corradi, quello che ha l’ambulatorio alle Fornaci, vicino a Castellina. Pensa che ha guarito la cugina di mi’ zio Francesco che aveva i tuoi stessi sintomi. E’ tanto bravo, e poi una persona così carina, così gentile…”.
“Ma quanto piglia?”.
“Ma piglia po’o e poi se si tratta della salute, via…”….
“Allora, Marcello, che ci fai qui da i dottore? Un ti c’ho ma’ visto”.
“Da qui in avanti mi ci vedrai”.
“O che t’è successo? Me lo po’ di’?”.
“La prostata”.
“Anche te?”.
“Anche io. A questa età s’ingrossa e qualche volta se un vo di ‘orsa a i gabinetto me la fo addosso. Accidenti alla vecchiaia!”….
“O te, o chi ti c’ha portato?”.
“Vengo a prende’ le medicine per la mi’ socera”.
“O che ha?”.
“O che ha, piccinina, è vecchia e questa è di già una malattia. E poi ha un’ernia strozzata che un si po’ move, e piange e si dispera. Un tormento, e come se non bastasse…ma un mi ci fa pensa’. Te piuttosto…”.
“Io, lo vedi, ho i bastone, un cammino più, ho un’artrosi che mi blocca tutta la gamba destra. E un dolore, soprattutto la notte, un dolore tu sapessi…”.
“Me lo immagino, piccinina”.
“…che qualche volta mi verrebbe la voglia di buttammi dalla finestra”.
“Ma un lo di’ nemmeno pe’ scherzo!”.
“Un lo di’o ma quando siamo conciati così tutti ci scansano. Un siamo più boni a nulla”….
Qualche volta tra le malattie si insinua qualche piccante pettegolezzo che rende l’aspettativa meno pesante.
“La sai l’ultima?”.
“Che è successo?”.
“La Maddalena, che già i nome è tutto un programma…”.
“Un l’ho mi’a in mente”.
“Ma come un la conosci, l’avrai vista mille volte”.
“Unn’ho mi’a detto che un la conosco. Solo che ora un me la ricordo”.
“La sorella di Roberto, quello che lavora da Gino che fa i meccanico…”.
“Mah…”.
“…che una volta pe’ fa i bischero con la macchina mise sotto Ambrogio i postino…”.
“Ah sì, qui cretino, la su sorella Maddalena, qui gran pezzo di passera…”
“Quella”.
“E che ha fatto?”.
“Lo sai che era fidanzata con Marcello i macellaio”.
“Lo so, lo so”.
“Vedo che la memoria t’è ritornata”.
“E chi non la conosce Maddalena, fa girà la testa anche a finocchi”.
“Ma se prima…lasciamo perde’. Insomma l’hanno vista gira’ di notte co’ Alfredo”.
“Con chi? No, un ci posso crede’. Ma se è sposato e ha quattro figlioli!”.
“Insomma ce l’hanno vista e pare anche che l’abbino vista intrufolassi ni bosco di Carpineto con Giovanni, i figliolo di Giuseppe i benzinaio”.
“Ma se ha appena vent’anni e lei n’avra una quarantina anche se è sempre un tocco di passera…”.
“Questo s’era capito. Ma qui viene i bello. Avvicinati che se no ci sentano”.
“Perché finora…”.
“Tre giorni fa i fidanzato insospettito l’ha seguita”.
“Mi immagino i seguito”.
“Un ti immagini proprio nulla. L’ha seguita anche Alfredo, quello sposato”.
“E allora?”.
“E allora l’hanno scoperta insieme a Giovannino e se le sono date di santa ragione”.
“Tutti e tre’”.
“Tutti e tre. E sono finiti all’ospedale. Hai capito che roba? Un c’è niente da fa’. Di donne ci sono quelle per bene e quelle che nascano maiale”. E così via.
Poi c’è il problema del turno, perché sono talmente tanti ad andare dal dottore che ogni paziente deve ricordarsi bene quando è il suo momento. Solo che chi va dal dottore è di solito gente anziana che non fa della memoria il suo punto di forza, per cui si assiste di solito a delle incredibili scenette.
“Ovvia, ora tocca a me”.
“Ma guarda, Gino, che c’ero prima io. L’ho chiesto a quella signora che è entrata da i dottore e m’ha detto che era l’ultima”.
“No, Cesira, un’ incomincia’ a vol’ passa’ pe’ forza come fa’ sempre, perché…”.
“Ma sentilo! Questo lo dici te. Io un voglio mai passa’ pe’ forza, ma quando mi tocca mi tocca. Te, semmai, vo’ fa sempre i prepotente anche colle signore!”.
“Guarda che ti sbagli. Prima di te c’ero io. T’ho anche visto arriva’ insieme a Giuseppe. Vero, Giuseppe?”.
“Arriva’ co’ Cesira e s’ arrivato, ma un ti sapre’ di’ se te già c’eri. Voglio esse’ sincero. Io un t’ho visto”.
“Ma allora vi siete messi d’accordo! Anche te, poi, se’ bono a raccontalle. E t’hanno messo anche i soprannome di Berlusconi da quanto le spari grosse”.
“Perché te, mira, s’è bravo. Lo sanno tutti che ti davi malato pe’ un’anda’ a lavora’ e invece andavi a caccia. E una volta t’hanno anche pescato e ti s’è preso una bella multa!”.
“Se dovessi parla’ delle tue starei qui fino a Pasqua, caro il mio Berlusca, ma un ci casco…”.
A questo punto quasi inevitabilmente arriva la sorpresa.
“Signori, mi dispiace interrompervi, ma tocca a me. Sono un rappresentante di medicinali e ora è il mio turno perché passo tra un paziente e l’altro”.
Quando ti tocca il tuo di turni sono passate un paio d’orette. Perché il mio è un medico di vecchio stampo per nulla spicciativo. Occhiali, barba bianca, faccia bonaria, aria affabile, movimenti lenti, lentissimi. Se rinasce animale lo vedo bene come bradipo. Per un’unghia incarnita ti ci tiene un’ora, non come i medici d’oggi che in quattro e quattr’otto ti fanno una diagnosi completa di tutte le frattaglie.
“Allora, commissario, è un bel po’ di tempo che non la vedo. Anzi, quasi non la riconoscevo”.
“Anch’io, dottore”.
“Si accomodi. Che cosa l’ha fatta venire da me?”.
“Ha sentito parlare di questi ultimi casi avvenuti dalle nostre parti?”.
“Li ho letti sui giornali”.
“Ecco, quelli mi hanno fatto venire da lei”.
“In che senso?”.
“Da quando sono dietro a questi fattacci non sto bene. Mangio poco, non dormo, mi fa male lo stomaco, mi sembra di non respirare. Insomma sto male, dottore”.
“Sarà lo stress accumulato, un po’ di depressione, non si preoccupi. Ora lo visito e le prescrivo una bella cura che la tirerà sù”.
Mi prescrisse una bella cura a base di Zoloft e Xanax che ebbero l’effetto di rincitrullirmi ancora di più.
FINE DELLA PRIMA PARTE